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VELINE & VELENI di Cesare Lanza - I GIORNALI IN 5 MINUTI - Giovedì 5 MAGGIO 2005
PIÙ TABACCO ITALIANO PER LA PHILIP MORRIS - ACCORDO STRATEGICO DA 12.800 TONNELLATE L’ANNO
di Vanni Cornero, LA STAMPA

Un accordo pilota siglato dal ministro delle Politiche Agricole, Gianni Alemanno con il presidente e amministratore delegato di Philip Morris International, Andrè Calantzopoulos, e l'amministratore unico di Pm Italia, Marco Terribilini, rilancerà nei prossimi tre anni il tabacco «made in Italy»: la Philip Morris acquisterà 12.800 tonnellate l'anno di tabacco nazionale, con un aumento del 15% relativo al miglioramento della qualità e della competitività del prodotto.
L'intesa tra il colosso multinazionale e le Politiche agricole prevede infatti che l'acquisto delle forniture italiane «potrà realizzarsi a fronte di un comprovato miglioramento qualitativo del tabacco italiano» e le condizioni dell’accordo riguardano appunto i sistemi di produzione, su cui il ministero ha fornito assicurazioni relativa al raggiungimento degli obiettivi fissati dall’accordo.
A partire dal raccolto di quest’anno, il tabacco dovrà essere prodotto secondo le linee guida di «buona pratica agricola», predisposte dallo stesso ministero guidato da Alemanno, tenendo conto delle esigenze qualitative indicate dalla Philip Morris. E nel verbale d'intesa è prevista l’istituzione di un tavolo tecnico per migliorare la qualità della produzione, oltre alla creazione di una commissione che dovrà individuare le iniziative da intraprendere per giungere «ad una razionale organizzazione della filiera» in tempi rapidi.
«Vogliamo garantire al settore del tabacco - ha commentato dopo la firma il ministro Alemanno - non solo la sopravvivenza, ma anche lo sviluppo in una chiave economicamente sostenibile. Siamo pronti a sviluppare grandi sinergie con le multinazionali per dare nuovi ed importanti sbocchi di mercato alla filiera italiana, sulla quale abbiamo ottenuto la gestione unitaria relativa alla questione sanitaria e fiscale».
Uno dei principali aspetti previsti dall'accordo riguarda la tracciabilità del tabacco, che dovrà raggiungere il 100% nel 2007, relativamente al raccolto del 2006, in misura del 75% nel 2005, ossia del raccolto 2004, e dell'85% nel 2006 per quanto riguarda il raccolto di quest'anno.
Per dimensioni e condizioni l’intesa raggiunta con la Philips Morris è di rilievo assolutamente strategico per la tabacchicoltura italiana, che dà lavoro a 27.000 coltivatori e 95.000 addetti, tra familiari e salariati, nel ciclo di produzione agricola e a circa 15.000 addetti nella fase di prima trasformazione e nell’indotto. Una produzione che rientra fra le più significative risorse economiche di regioni come la Campania, l'Umbria e il Veneto.
Ma anche altri colossi del tabacco intendono aumentare i loro acquisti in Italia, come farà la British American Tobacco, che in un comunicato esprime la sua soddisfazione per la disponibilità del ministro Alemanno a sviluppare sinergie con le multinazionali del settore
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LA STAMPA, 05/05/2005
KERKORIAN, RE DEI CASINÓ, COMPRA AZIONI PER 1 MILIARDO DI DOLLARI - IL MAGO DI LAS VEGAS PUNTA AL 9% DELLA GM
di Paolo Mastrolilli, LA STAMPA

Alla tenera età di 87 anni, il miliardario armeno Kirk Kerkorian ha deciso di fare una passeggiata in Borsa e comprarsi la General Motors. O quasi. Ieri la Tracinda Corporation, cioè la compagnia dell'uomo che inventò Las Vegas, ha offerto 870 milioni di dollari per acquistare circa il 5% della Gm. Con questa mossa, la quota azionaria della casa automobilistica posseduta da Kerkorian salirebbe a circa il 9%. Non sarebbe abbastanza per controllare la General Motors, ma comunque questo non è l'obiettivo del miliardario. A sentire il suo portavoce, infatti, si tratta solo di un buon investimento a scopi puramente finanziari, in un'azienda che negli ultimi tempi ha perso parecchi colpi. Per comprendere una simile uscita, è necessario sapere chi è Kerkorian e come sta la Gm.
Il primo punto, sul piano puramente romanzesco, è assai interessante. Kirk è figlio di immigranti armeni e, nonostante l’età, non ha alcuna intenzione di andare in pensione. Il suo colpo grosso lo fece nel 1962, quando per meno di un milione di dollari comprò 32 ettari di deserto nel Nevada. Gli analisti pensarono che fosse impazzito, ma in realtà aveva visto più lontano di tutti. Quegli ettari di deserto si sono trasformati in oro puro, quando lui li ha utilizzati per rilanciare il business dei casinò e farne Las Vegas la capitale mondiale. In pochi anni Kerkorian diventò il mattatore della città del peccato, e lo è ancora, visto che l'occupazione principale della Tracinda Corporation resta la gestione degli alberghi e delle case da gioco. La compagnia di Kirk, infatti, è l'azionista di maggioranza della Mgm Mirage Inc. e ogni anno milioni di americani varcano le soglie dei suoi casinò, nella speranza di cambiare vita. Ma nella maggior parte dei casi lasciano sul tappeto più di quanto non riportano a casa, e quindi la vita che continua a migliorare, è sempre quella di Kerkorian.
Secondo la rivista Forbes, infatti, il finanziere armeno ha un patrimonio personale da 8,9 miliardi di dollari, e questo lo colloca al quarantunesimo posto nella classifica degli uomini più ricchi al mondo. Dopo il successo con i casinò, Kirk aveva deciso di giocare d'azzardo pure lui, e si era lanciato in un settore che forse non conosceva abbastanza bene, le automobili. Aveva investito nella casa americana Chrysler, e in poco tempo era diventato l'azionista più grande. Nel 1998, però, si era fatta avanti la Daimler Benz, e due anni dopo il matrimonio era cosa fatta. Il 2000 era stato anche l'anno in cui Kerkorian aveva fatto causa ai tedeschi, accusandoli di avergli soffiato miliardi di dollari.
Secondo il finanziere armeno, la Daimler lo aveva imbrogliato facendo passare l'acquisto della Chrysler come una fusione tra pari. In questo modo era riuscita a pagare molto meno, per quella che in realtà era una vera e propria acquisizione. Evidentemente è vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio, oppure Kirk ha solo deciso di riprendersi dalla Gm quello che gli avevano portato via i tedeschi. Nel febbraio del 2004, infatti, ha perso la sua causa con la Daimler, eppure un anno dopo sta già investendo quasi un miliardo di dollari nella General Motors.
La sua mossa a sorpresa si spiega guardando i conti della casa automobilistica del Michigan. Poche settimane fa la Gm ha annunciato una perdita trimestrale di 1,1 miliardi di dollari, la peggiore in oltre un decennio, e le sue azioni sono scese sotto al livello di 25 dollari. Dall'inizio dell'anno le vendite sono diminuite del 5%, con un calo del 7% ad aprile. La General Motors ha problemi di mercato ed è soffocata dagli alti costi dei benefici sanitari e previdenziali promessi ai suoi dipendenti. In queste condizioni, secondo Kerkorian, è scesa abbastanza in basso da rappresentare una preda appetitosa, soprattutto grazie al ramo finanziario Gmac, che invece continua a generare profitti. Dopo l'annuncio di Tracinda, le azioni di Gm si sono impennate del 16%. Adesso bisognerà verificare se Kirk ha avuto un'altra delle sue intuizioni, oppure se stavolta sta costruendo sul serio una cattedrale nel deserto
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LA STAMPA, 05/05/2005
LA SCOMMESSA DELLE FERROVIE
di Piero Ottone, LA REPUBBLICA

È arrivata di recente in Italia una delegazione del porto di Rotterdam, con un messaggio: italiani, il vostro porto siamo noi. Gli olandesi illustravano un progetto che ha un nome suggestivo, Ponte dei Due Mari, cioè un ponte fra il Mediterraneo e il Mare del Nord. Le merci destinate al porto di Rotterdam, o da esso provenienti, percorreranno questo ponte immaginario su treni ad alta velocità, fino a 150 chilometri l´ora, e in meno di 24 ore arriveranno a destinazione. Gli olandesi sono già all´opera, lavorano alle attrezzature dei loro porti, delle loro ferrovie. E noi? Noi siamo in ritardo.
I nostri treni, i nostri porti: un discorso sulle nostre infrastrutture è un discorso sull´Italia, su quel che il nostro benedetto paese potrebbe essere, con le sue enormi risorse, e quello che è. Diamo uno sguardo al secolo testé trascorso. Benito Mussolini ebbe tanti difetti, tante colpe, ma dobbiamo anche riconoscergli qualche merito: ai suoi tempi, ormai è diventato uno slogan, i treni erano puntuali. Segno che i treni (con tutto quello che rappresentano, simbolicamente) gli stavano a cuore. Poi è venuta la repubblica: che ha tante virtù, ha portato libertà e democrazia, ma le infrastrutture le ha trascurate. Non siamo cresciuti con l´Europa, non siamo diventati un paese moderno. E da quando siamo stati ammessi, non senza fatica, in un´Europa unita, perdendo le barriere protettive che ci aiutavano a campare, perdiamo colpi, siamo in crisi. Produzione, competitività: le cifre sono inequivocabili.
È mancata, nella seconda metà del Novecento, una politica dei trasporti. Si sono costruite autostrade, un po´ a casaccio, ma la rete ferroviaria non è cresciuta: è rimasta quella che era. Un materiale rotabile antiquato, di livello balcanico, percorre linee insufficienti; treni merci e treni passeggeri si inseguono sulle stesse rotaie; poiché si dà la precedenza ai passeggeri, la puntualità di consegna delle merci è aleatoria (senza che per altro i passeggeri arrivino puntuali), e gli spedizionieri sono costretti ad affidarsi al trasporto su strada, intasando le autostrade. Nelle grandi città il traffico locale, sempre più intenso, e il traffico a lunga percorrenza passano, incredibile a dirsi, sulla medesima linea; le strozzature dei così detti nodi sono una delle cause, non la sola purtroppo, del disservizio quotidiano.
Ma tutto questo è noto. Il fatto nuovo, meno noto al grande pubblico, è che verso la fine degli anni ‘90 è venuta una svolta. Che cosa l´ha determinata? Quando ne parlo coi suoi protagonisti, quando chiedo quale sia stato il catalizzatore che l´ha prodotta, non sanno rispondermi. Non è questione di governi, o di salvatori della patria. Il fatto è che la situazione era giunta a un livello insostenibile, e non si poteva più accettarla. Si era toccato il fondo. Per fortuna, il sistema ha saputo esprimere le persone in grado di varare quella che giudico un´importante riforma: un´inversione di marcia. Segno che questo benedetto paese esprime, quando è disperato, grandi risorse umane. Per tanti anni le ferrovie erano state uno strumento di tangenti e di clientelismo. A un certo momento sono diventate una sfida.
Lo dicono gli investimenti: due, tremila miliardi di euro fino agli anni Novanta, sei miliardi e settecento milioni nel 2004. Si lavora a nuove infrastrutture: possiamo tutti vedere, viaggiando, che sono numerosi i cantieri nelle varie regioni d´Italia. Questi cantieri non hanno solo il compito di riparare i guasti: l´obiettivo è di creare una rete moderna, secondo concetti razionali; si costruiscono nuove linee per il traffico veloce, lasciando grandi spazi per il traffico locale, che sarà raddoppiato. Si avrà finalmente, anche da noi, il trasporto ad alta velocità. Nel giro di quattro o cinque anni saranno eliminati, secondo i piani, quei "nodi" che oggi impediscono il flusso del traffico, perché sono il passaggio obbligato di tutti i treni, gli intercity come gli interregionali, i regionali come i locali.
Nel palazzo della Croce Rossa, sede delle Ferrovie, si lavora con impegno. E si assiste a un curioso contrasto fra il presente, che conosciamo fin troppo bene, e un avvenire che addirittura appare radioso. La Cina, l´Oriente, la globalizzazione creano problemi per certi rami della nostra industria, e c´è chi vorrebbe affrontarli mettendo i paletti. Ma in realtà la crescita dell´Oriente, che dominerà il nuovo secolo, offre all´Italia enormi possibilità. Si delinea una svolta storica: il Mediterraneo, che dopo la scoperta dell´America aveva perso il primato, è destinato a riacquistare una posizione di primo piano. Le merci prodotte dalla Cina, dalla Corea, da Taiwan, presto anche dall´India, passeranno da Suez attraverso il Mediterraneo, e l´Italia, se giocherà bene le sue carte, potrà ridiventare, come lo fu nel Medio Evo, il ponte fra i continenti, fra l´Asia e l´Europa. Sogni folli, mentre non siamo ancora in grado di portare i pendolari con puntualità nei loro uffici e nelle loro scuole, e gli intercity arrivano con un´ora di ritardo? La visione di un grande avvenire c´è: ci sono anche le teste capaci di progettare e di eseguire le opere. Il problema sono i capitali necessari per gli investimenti. Il problema è prima ancora, compito del prossimo governo, una politica dei trasporti, una visione d´insieme. Insomma: si tratterà di colmare l´abisso fra quello che il nostro benedetto paese potrebbe essere, e quello che è
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LA REPUBBLICA, 05/05/2005
PER IL MINISTRO DELLE COMUNICAZIONI MARIO LANDOLFI (AN), LA CDL PUÓ ANCORA VINCERE: MA LA LEADERSHIP SI DISCUTE
di Claudio Tito, LA REPUBBLICA

ROMA - «Il berlusconismo è finito come tentazione di autosufficienza, ma Berlusconi resta il leader. E poiché io penso che voglia vincere ancora, sono certo che se necessario metterà in discussione anche se stesso nell´interesse della coalizione». Mario Landolfi è da pochi giorni al governo. Ha preso il posto del collega di partito Maurizio Gasparri ringraziando «soprattutto Gianfranco Fini» per il suo approdo al ministero delle Comunicazioni. Sa che c´è poco tempo a disposizione per questo esecutivo e non nasconde che la partita è solo quella del 2006. Per la quale anche il Cavaliere deve fare una riflessione. E poi lancia un monito all´opposizione sul nuovo Cda della Rai: «Il presidente dovrà essere un punto di equilibrio alto, garanzia per i cittadini che pagano il canone di un servizio pubblico corretto, completo e libero».
Ministro, ma lei è davvero convinto che questo nuovo governo possa portare alla vittoria il centrodestra?
«Abbiamo tutte le possibilità per presentarci davanti al popolo sovrano con la speranza di ottenere il consenso. L´opinione pubblica adesso deve avere la certezza che si è superata una fase e che il nuovo esecutivo è qui per preparare anche il dopo. Ossia il dopo elezioni».
Quindi la precedente squadra era inadeguata.
«Non lo penso. Le riforme fatte sono delle pietre miliari. Quella della scuola, del lavoro, la legge Gasparri. Ma ha dato l´impressione di privilegiare solo la cultura del fare senza legarla a un retroterra politico».
Veramente c´è il Berlusconi bis perché il centrodestra ha perso le regionali.
«E infatti sarebbe stato impensabile non tenerne conto. È un merito di Alleanza nazionale. Da tempo dicevamo che qualcosa non andava. Che la coalizione appariva a trazione nordista».
Adesso non lo è?
«Prima appariva e non lo era. Ora c´è stato un segno di discontinuità. Il presidente del Consiglio ha recuperato il Mezzogiorno come una questione centrale per lo sviluppo. Il fatto che si parli di quoziente familiare è un´innovazione. Direi quasi rivoluzionaria rispetto al Berlusconi I».
Allora il Cavaliere può essere ancora il candidato premier della Cdl?
«Certamente. Lui è stato il primo a capire che da solo non basta più e per questo ha lanciato l´idea del partito unico. Berlusconi ha tracciato un percorso e ha detto "mi metto in discussione". Parleremo della leadership alla fine di questo percorso. Ma certo il berlusconismo come accezione deteriore, come tentazione di autosufficienza, è finito».
Quindi?
«Quindi credo che Berlusconi voglia vincere anche nel 2006. Se si accorge che non ci fa vincere, si toglie di mezzo. Altrimenti si ripropone».
C´è chi pensa che si possa fare un "ticket" con Berlusconi candidato al Quirinale.
«Di fatto sarebbe un´elezione diretta del capo dello Stato e per me che sono presidenzialista va bene. Ma l´Italia il prossimo anno sarà ancora una Repubblica parlamentare e il capo dello Stato sarà eletto dal Parlamento».
E il premier "tira"?
«Berlusconi sta passando dal carisma all´istituzione. Ha capito di aver superato la fase in cui era Alessandro Magno, cioè il conquistatore. Ora è Ottaviano Augusto, il federatore. Lui dovrà capire se può ancora vincere o meno».
Decide da solo?
«È chiaro che c´è la coalizione. Ma è ancora il leader».
Ed eventualmente chi potrebbe prenderne il posto?
«Il centrodestra è ricco di personalità. C´è Fini, c´è Casini. I sondaggi di popolarità parlano chiaro».
Quando lo scegliete? Ci sarà un termine ultimo?
«Non c´è un problema di tempo. Non stiamo inventando qualcuno da zero. Sono tutti nomi noti».
Il tutto dovrà essere preceduto dalla nascita del partito unico?
«Ne stiamo discutendo. Non vogliamo sommatorie di sigle. Noi puntiamo al "Partito degli Italiani" coinvolgendo le categorie, le associazioni, i corpi intermedi. Per il 2006, però, mi pare più realistica l´ipotesi che si dia vita ad una federazione più che a un partito unico».
Nel frattempo a lei tocca affrontare la grana del nuovo Cda Rai. L´opposizione vuole un presidente di garanzia.
«Un presidente di garanzia, certo. Ma di cosa? Di una cultura politica? Della minoranza? È riduttivo. Deve garantire la libertà del servizio pubblico. Un punto di equilibrio alto, altrimenti l´intesa sarà difficile. Il direttore generale, invece, non può essere di garanzia. Ha compiti gestionali».
L´Unione teme però trabocchetti. Sospetta che vogliate avere un numero di consiglieri eccessivo.
«I consiglieri si eleggono. Chi ha più voti, più ne elegge. Il problema è il presidente. Si elegge se c´è l´accordo».
Altrimenti?
«Altrimenti un nuovo Cda ci sarà comunque. E seguirà le regole del codice civile»
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LA REPUBBLICA, 05/05/2005
TRA I LITIGANTI C’È CHI GODE
di Franco Bechis, IL TEMPO

Avessero imparato dal Conclave, qualche speranza di non fare una brutta figura ci sarebbe stata. Perfino il Papa per diventare tale dopo un certo numero di fumate nere avrebbe avuto bisogno solo della scelta della maggioranza semplice del Sacro collegio dei cardinali. Il prossimo presidente della Rai, no. Per un eccesso di prudenza sul conflitto di interessi di Silvio Berlusconi, la legge Gasparri impone una scelta per forza condivisa fra maggioranza e opposizione. Se non ci sono i due terzi della commissione parlamentare di vigilanza d’accordo, niente presidente. E senza presidente, niente nuovo consiglio, perché non può entrare in carica senza il capo-azienda. In questa situazione, un manager di qualità come l’attuale direttore generale, Flavio Cattaneo, rimasto in questi mesi nella speranza (ormai impossibile) di privatizzare la Rai, leverà il disturbo, magari andando a ricoprire un altro ruolo di prestigio nell’industria pubblica o in quella privata. Le offerte non gli mancano, anzi. Ha solo l’imbarazzo della scelta. Se per i politici è già difficile provare la trattativa su questioni che alla gente comune non sembrano di grande importanza, ma per loro sono vita o morte, lo scatenarsi di pressioni esterne sulla nomina dell’anno ingarbuglia e non poco le cose. Già, perché due candidati ufficiali che potrebbero mettere tutti d’accordo ci sono. Vengono dal giornalismo privato, allevati entrambi nella scuderia Agnelli. E hanno le loro schiere di fan. Da una parte il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli. Dall’altra quello de La Stampa, Marcello Sorgi. Candidati di alto profilo. Forse nemmeno troppo desiderosi di approdare nel caos di viale Mazzini. Ma, a sentire le truppe dei loro sostenitori, fin troppo impegnati in queste settimane a sbarrarsi vicendevolmente la strada. A Mieli sembra che l’offerta sia arrivata direttamente da Silvio Berlusconi, e per questo gli altri alleati di centro-destra storcono il naso. Sorgi è un candidato di alte cariche istituzionali, ma non riscuote grandi simpatie nell’entourage di Romano Prodi. Un duello al calor bianco, di cui all’interno di queste pagine potrete gustarvi tutti i particolari. Visto che non è aria di accordo bipartisan, si rischia ora di accapigliarsi per mesi sulla scelta di un banale consiglio di amministrazione della televisione pubblica. Con una sola certezza: lo champagne. Che staranno già stappando sul fronte opposto i vertici di Mediaset, e sai che felicità per Fedele Confalonieri e Piersilvio Berlusconi..
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IL TEMPO, 05/05/2005
PRODI FRENA SORGI. CDL PER UN DG CONDIVISO
di Giulia Cerasoli, IL TEMPO

Prodi e Berlusconi hanno due obiettivi diversi in merito alla Rai, ma alla fine potrebbero incontrarsi. Il Professore, come tutta l’Unione (compreso Rutelli, stavolta), dice ai quattro venti che vorrebbe subito nuovi vertici, ma in realtà punta a cristallizzare l’azienda pubblica nella situazione attuale. Una volta nominati i sette consiglieri più due (entro il 10 o il 18), la Vigilanza potrebbe bocciare subito il presidente proposto dal Tesoro, in modo da far cadere conseguentemente tutto il Consiglio. A questo punto si tornerebbe ad Alberoni, Petroni, Veneziani come «reggenti» per lungo tempo. La situazione potrebbe precipitare se il dg Cattaneo decidesse di mollare la sua poltrona per un’altra più «stabile» e «privata». Ma tutto ciò servirebbe a far ricominciare da capo il meccanismo, con tempi lunghi e la possibilità di arrivare più vicini alle politiche del 2006, che secondo Prodi potrebbero significare la rivincita su viale Mazzini. Il premier, avrebbe invece l’intenzione di puntare ad un accordo quadro bipartisan o molto equo, al quale arrivare con calma però, visto che il termine ultimo dell’assemblea degli azionisti in realtà è il 18 maggio. Se questo è lo scenario attuale, già da lunedì si potrebbe avere qualche novità. Ieri infatti Vigilanza non ha nemmeno iniziato, come previsto, a votare i sette del nuovo Cda perché è mancato il numero legale. «È evidente - ha sottolineato Claudio Petruccioli - che non procedo al voto perchè sarebbe nullo. Ma confermo la volontà e l'impegno di tenere la votazione sui membri del Cda dalle 11 alle 13 di martedì 10 maggio». Se quindi l’Unione ha fretta di nominare i consiglieri per poi bloccare tutto, il Polo preferisce arrivare al voto con il «pacchetto» completo. E anche ieri il totonomine ha fatto le sue vittime. Per il totopresidente ora in vetta figura proprio Claudio Petruccioli diessino con amicizie trasversali forti, perfetto in un vertice bipartisan. Giù invece Marcello Sorgi, sul quale pare abbia posto il veto Prodi in persona. E di lui ieri in Transatlantico riferiva sbuffando un deputato di Forza Italia stanco delle sue continue telefonate «per sapere che aria tira alla Rai». Pare che infatti il direttore della Stampa fosse preoccupatissimo. «Ogni volta che esce fuori il mio nome per la Rai - ha confidato al deputato - c’è subito Paolo Mieli che mi impallina sul Corriere». Tornando al totopresidente, stabili restano Piero Gnudi e Marco Staderini preferiti da Casini. Come direttore generale potrebbe ancora farcela Agostino Saccà amico anche di Petruccioli. Scendono le quotazioni di Giancarlo Leone mentre Flavio Cattaneo, in un’ipotetica situazione di «stallo» potrebbe esser costretto a rimanere al suo posto per un po’, anche se la sinistra continua a proporre Massimo Carlotti e Claudio Cappon. Sul fronte consiglieri la lotta si fa dura. La Lega fa sapere che deciderà domani pomeriggio, ma già si parla di uno dei due fratelli Zanello, Ugo o Massimo, il primo assessore e l’altro alla Sipra. Calano le quotazioni di Antonio Marano e quelle dell’ex consigliere Rai Ettore Albertoni. In alternativa c’è l'economista Dario Fruscio, fedelissimo di Bossi. Per quanto riguarda An sale Gennaro Malgieri e scende Marcello Veneziani, mentre per Forza Italia sale l’ipotesi Alessio Gorla, visto che Angelo Maria Petroni pare che verrà proposto dal Tesoro. In ascesa anche Sandro Curzi del Prc e Giuliana Del Bufalo, ex socialista, se un consigliere andrà al Nuovo Psi di De Michelis.

IL TEMPO, 05/05/2005
RAI - IL CDA QUERELA IL CORSERA; LA QUERCIA: AZIONE FOLLE

«La tesi della illegalità dell’attuale Cda è destituita di ogni fondamento giuridico e, per la forma in cui è presentata, costituisce una denigrazione nei confronti dei singoli consiglieri e della Rai stessa». Queste le motivazioni per cui il Cda della Rai ha deciso ieri di querelare il Corriere della Sera per i contenuti dell’editoriale «Prima la legalità, poi gli accordi». «Sono usciti pazzi...», hanno commentato i ds Giulietti, Commissione di vigilanza, e Montino. «È incredibile e vergognosa questa querela contro il Corriere della Sera , che invece ha solo pubblicato un sereno e pacato editoriale su quella che è la situazione della Rai di oggi».

CORRIERE DELLA SERA, 05/05/2005
RAI/2 - PROPOSTA DEL RIFORMISTA: «PETRUCCIOLI PRESIDENTE»

Claudio Petruccioli nuovo presidente della Rai. La proposta è lanciata da Il Riformista nell’editoriale di oggi. «La riforma - scrive Polito - ridà la nomina del consiglio di amministrazione ai partiti? Bene. Il Parlamento elegge il presidente con una maggioranza qualificata, scegliendo un nome che possa star bene a tutti e due gli schieramenti... C’è un politico che abbia caratteristiche di indipendenza e competenza? Secondo noi c’è, fa già il presidente della Commissione di vigilanza, e si chiama Claudio Petruccioli. Se maggioranza e opposizione sono d’accordo si procede e si ripristina la legalità».

CORRIERE DELLA SERA, 05/05/2005

* Scrivetemi, se volete, indirizzando a: cesare@lamescolanza.com