| VELINE
& VELENI di Cesare Lanza - I GIORNALI IN 5 MINUTI - Venerdì
6 MAGGIO 2005 |
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RAI
- ORA CATTANEO TORNA A PRENDERE QUOTA. IL DIRETTORE GENERALE POTREBBE
ESSERE RICONFERMATO
di Giulia Cerasoli, IL TEMPO |
Alessio Gorla, l’altra sera, l’uomo del Cavaliere in Rai, è tornato
a Palazzo Grazioli, residenza privata del premier. Per un solo motivo:
ribadire che il posto per il quale vuole sentirsi in corsa è quello
di consigliere di amministrazione in quota Forza Italia. Non certo
per la poltrona del direttore generale Rai. Ma il ticket presidente-direttore
generale è stato anche ieri al centro delle trattative interne alla
maggioranza, mentre il centrosinistra si è limitato ad attendere
una nuova proposta. «Siamo in alto mare ma ne stiamo parlando»,
ha confidato Berlusconi, mentre Fini ha assicurato ai suoi che «comunque,
martedì mattina si voterà in vigilanza». La geografia dei consiglieri
ormai sembra quasi completa con Gennaro Malgeri sicuro per An (l’effetto
Landolfi si fa sentire), Alessio Gorla dunque per Fi, Sandro Curzi
per Rifondazione, Carlo Rognoni per i Ds, Rizzo Nervo per la Margherita
e Angelo Maria Petroni per il Tesoro. Qualche incertezza rimane
invece per la Lega che deciderà proprio oggi e per l’Udc. E sempre
sulle due figure cardine presidente e direttore generale che si
gioca però la partita più complessa. Definitivamente tramontata
la presidenza di Marcello Sorgi. Agostino Saccà sembra ora perdere
terreno. Era stato proposto come dg in tandem con il diessino Claudio
Petruccioli, aspirante presidente. Quest’ultimo, invece, resta in
sella e in ticket con Angelo Codignoni — ex manager Mediaset, da
tempo in Francia — che tornerebbe molto volentieri in Italia ed
è molto stimato all’interno di Fi e potrebbe fare il dg. An, invece,
preferirebbe un tandem del tipo Piero Gnudi (o Staderini)—Cattaneo
abbinamento che potrebbe soddisfare così i centristi e riconfermare
il manager attuale per garantire, tra l’altro, una continuità all’azienda.
Anche se Cattaneo dimostra molta preoccupazione nei riguardi della
futura mancanza di protagonisti televisivi come Bonolis e Amadeus.
Favorevole a questa soluzione anche il ministro Landolfi che ieri
ha sottolineato la possibilità di confermare Cattaneo (e a quanto
pare soprattutto la Margherita accoglierebbe con entusiasmo questa
eventualità che potrebbe aprirle nuove possibilità per quel che
riguarda le poltrone su cui Cattaneo ha ancora l’interim) mentre
ha spianato la strada al rientro di Giuliano Ferrara alla guida
di un programma di informazione e di rilievo. E grande spazio avrà
sicuramente nella nuova Rai anche Giovanni Minoli gradito a Prodi
e al ministro delle Comunicazioni. Per l’ex conduttore di Mixer
si apre la possibilità di una direzione di rete (Raitre?) o di una
conduzione di un programma di punta per la prima serata. L’Udc vorrebbe,
in questo caso, farsi risarcire della mancata nomina di Giancarlo
Leone alla direzione generale con la promozione di Angela Buttiglione.
Ma c’è chi dice che il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce non
mollerà mai la sua poltrona. Per quanto riguarda il gossip interno
di viale Mazzini nei corridoi si parla già della spartizione futura
delle poltrone. Pare che An voglia assicurarsi in particolare quelle
del personale, della produzione, di Raidue (quindi Massimo Ferrario
verrebbe spostato) e delle risorse. Quattro gli obiettivi per Forza
Italia: una vicedirezione generale, la produzione, acquisti e servizi
e le relazioni esterne (che potrebbero passare a Giuliana Del Bufalo).
Per l’Udc c’è in pole position Roberto Sergio che andrebbe alla
Sipra mentre i centristi contano di sedersi anche sulla poltrona
di Raiuno o di Raidue. E magari anche su quella di una vicedirezione
generale. Per quel che riguarda il centrosinistra l’opposizione
vorrebbe piazzare Piero Badaloni a Raitre togliendo di mezzo Paolo
Ruffini che potrebbe tornare alla Radio. Che così potrebbe diventare
feudo totale del centrosinistra.
IL
TEMPO, 06/05/2005 |
AUTHORITY
TLC - CALABRÒ PRESIDENTE CON IL VIA LIBERA DI POLO E UNIONE
di Aldo Fontanarosa, LA REPUBBLICA |
ROMA - A quasi due mesi dall´addio di Enzo Cheli, l´Autorità per
le Comunicazioni - arbitro delle questioni tv e telefoniche - ha
un nuovo presidente. E´ Corrado Calabro, fino a ieri al timone del
Tar del Lazio, magistrato amministrativo e poeta. Ha pubblicato
16 raccolte di versi; un suo romanzo (Ricorda di dimenticarla) è
stato finalista al Premio Strega. Calabrò ha anche una lunga consuetudine
con la politica. Nato a Reggio Calabria, 70 anni, è stato collaboratore
di Aldo Moro e capo di gabinetto di svariati ministri, soprattutto
dc. Il figlio Giovanni è un alto dirigente dell´Antitrust.
Il via libera a Calabrò arriva dalle commissioni della Camera (con
31 voti a favore) e del Senato (con 18). In questo modo, i parlamentari
della maggioranza ma anche dell´opposizione accettano l´indicazione
del governo. La maggioranza - che pure esulta alla nomina - dà però
un segnale di disattenzione. Secondo il deputato Panattoni (Ds),
almeno 10 deputati polisti non si sono presentati al voto.
Calabrò si sistema alla guida di un´Autorità composta da 8 commissari
di nomina parlamentare, distribuiti in due organismi: il primo si
occupa delle reti di trasmissione, il secondo dei servizi che viaggiano
lungo queste reti. Proprio ieri, la Camera ha votato per correggere
la destinazione di due dei 4 commissari del centrosinistra: Sebastiano
Sortino potrà navigare nel suo "acquario" e occuparsi di servizi,
Nicola D´Angelo invece di reti. La correzione, come peraltro l´incoronazione
di Calabrò, rientrava nei patti che Polo e Unione (leggi: Letta
e Prodi) hanno sottoscritto, tutti ora onorati.
Gli altri due commissari in quota al centrosinistra sono il senatore
uscente Lauria e l´ex parlamentare Napoli, mastelliano. I quattro
commissari del Polo sono gli ex sottosegretari Innocenzi (Forza
Italia) e Magri (Udc), il docente Mannoni (leghista) ed Enzo Savarese,
voluto da Gasparri quando ancora era ministro delle Comunicazioni.
L´agenda delle cose da fare è piena. Sul fronte televisivo, l´Autorità
dovrà garantire le pari opportunità informative in occasione del
referendum sulla procreazione assistita. Quindi, entro un mese,
dovrà dire alla Rai come organizzare il suo bilancio, dividendo
le attività di servizio pubblico da quelle finanziate da spot. Sempre
la Autorità calcolerà a quanto ammontano le risorse del settore
della comunicazione, così da attivare le norme anti-concentrazione
scritte nella legge Gasparri. Entro giugno, poi, riceverà il piano
di Rai e Mediaset per la conversione dei ripetitori dall´analogico
al digitale. L´Autorità è chiamata anche a stabilire le nuove tariffe
da telefono fisso a cellulare (congelate a fine 2004). Infine, dovrà
completare le analisi dei 18 mercati delle telecomunicazioni che
l´Unione europea ha individuato, così da precisarne le regole di
funzionamento.
LA
REPUBBLICA, 06/05/2005 |
TLC
- INTESA BIPARTISAN SU CALABRÒ, IL NUOVO GARANTE È UN MAGISTRATO.
MA L'INTESA SULLA RAI RESTA LONTANA
di Al. Gu., IL MESSAGGERO |
ROMA
- Corrado Calabrò, presidente del Tar del Lazio, è il nuovo presidente
dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Lo hanno votato
le commissioni Trasporti della Camera e Lavori pubblici del Senato.
Un voto che ha raggiunto il necessario quorum della maggioranza
a due terzi, ma con qualche fatica e grazie al contributo dell'opposizione.
Un segnale di schiarita tra i poli in vista della più delicata nomina
bipartizan, quella del presidente della Rai? Non dovrebbe essere
così. Con Calabrò la Cdl porta a casa il candidato che aveva indicato,
ma l’Unione assiocura un presidente dal curriculum ineccepibile
in un posto delicatissimo e soprattutto rimasto deserto per due
mesi. Scartata l’ipotesi di prorogare Enzo Chjeli e il suo consiglio
infatti, si è rimasti senza garante a vigilare su materie delicatissime
come la par condicio e la campagna referendaria. Senza dimenticare
lo stop a qualsiasi altra attività istruttoria sul mercato televisivo.
Così ieri le votazioni hanno portato a una situazione quasi paradossale.
Vista l’assenza di molti esponenti della maggioranza, tra cui i
tutti i leghisti, Calabrò è passato non anche ma soprattutto col
voto dell’opposizione. «La maggioranza non riesce a garantire neanche
i propri posti, noi siamo seri e disciplinati», hanno commentano
il Ds Giorgio Panattoni e Renzo Lusetti della Margherita.
Prima del voto sul presidente, l'aula di Montecitorio aveva votato
lo scambio tra i due candidati indicati dall'Unione, alla stessa
autorità: Sortino e D'Angelo. Entrambi sono stati eletti con 182
voti, mentre la Cdl ha votato scheda bianca.
Con la loro rielezione si completa anche il quadro dei commissari
della nuova Authority Tlc. La commissione Servizi e Prodotti è composta
da Sebastiano Sortino, Gianluigi Magri, Michele Lauria, Giancarlo
Innocenzi. Della Infrastrutture e Reti vanno a far parte invece
Nicola D'Angelo, Enzo Savarese, Roberto Napoli e Stefano Mannoni.
Con il loro presidente Corrado Calabrò, rimarranno in carica per
sette anni a partire dal giorno dell'insediamento.
La Rai, infine. Mentre al settimo piano, sempre più convinti dell’addio
di Paolo Bonolis, ci si prepara a difendere almeno il programma
”Affari tuoi” (ma l’approdo a Mediaset dell’”uomo dei pacchi” verrebbe
ritenuito dal centro sinistra la prova definitiva che la Rai è succuba
del premier), continua la trattativa per i nuovi vertici.
Si riparla di Piero Gnudi per la presidenza, ma si segnala anche
che l’ala non prodiana della Margherita spingerebbe per Claudio
Petruccioli. La nomina del diessino eviterebbe di sbilanciare gli
equilibri interni del partito e libererebbe la presidenza della
Vigilanza. Una soluzione che non dovrebbe essere sgradita al premier,
che così avrebbe più margini di manovra su quello che per tutti
è il ruolo chiave: la direzione generale. Per la quale si parla
con sempre più insistenza di Agostino Saccà.
IL
MESSAGGERO, 06/05/2005 |
CORRADO
CALABRÒ: "BISOGNA AUMENTARE LA VIGILANZA SULLE TELEVISIONI"
di Alberto Guarnieri, IL
MESSAGGERO |
ROMA
- Per essere nominato ha dovuto attendere quasi due mesi. Ma li
ha messi a frutto studiando le carte del nuovo incarico. Corrado
Calabrò è così subito in grado di esprimere valutazioni non di circostanza
sul suo nuovo lavoro.
Presidente, questa nomina sembrava non arrivare mai.
«Non ci ho badato più di tanto. Qui al Tar ho avuto udienza fino
a ieri e ci siamo occupati di casi importanti, come quello bancario
Ambro-Antonveneta».
La sentenza contro Alessandra Mussolini, presa dal Tar del Lazio
che lei presiede, ha favorito secondo alcuni la sua designazione
all’Authority.
«Bassezze. E tra l’altro non ho preso parte in quel pronunciamento».
Alla fine comunque è arrivata una nomina bipartisan. Anzi, se
non era per la sinistra...
«Ho sentito, ma non voglio commentare. Quello che importa è che
io svolgerò sicuramente un ruolo di garanzia. Lo faccio da una vita».
Lei è stato collaboratore di Aldo Moro.
«E di altri, tra cui Antonio Maccanico. Che mi ha fatto capire molte
cose utili per la presidenza dell’Authority Tlc».
Anche la Rai cerca presidente e direttore generale di garanzia.
«Per me garanzia non significa porsi in mezzo a due parti politiche,
ma cercare equilibrio tenendo conto delle diverse tesi a confronto.
Se si applica questa logica si possono fare molti passi avanti».
Dovrà farli di corsa: l’Authority è senza consiglio da due mesi,
i radicali protestano per il referendum, c’è il Sic che non è ancora
stato determinato e quindi non si possono indagare eventuali sforamenti
pubblicitari.
«I compiti sono tanti e tutti impellenti. Appena il decreto presidenziale
ci consentirà di insediarci partiremo ventre a terra. Sperando di
poter incrementare la struttura tecnica dell’Autorità, ce ne è bisogno».
Il suo predecessore, Enzo Cheli, ha spesso lamentato di non
avere reali poteri.
«Sul finire, parlando di televisione, la gestione precedente ha
assestato un paio di bastonate a Rai e Mediaset».
Multe che condivide?
«Non è qui il punto. Dovremo stabilire come aiutare a svilupparsi
un settore in costante sviluppo crescita, dove tv e telefonia vanno
verso la convergenza».
Molti parlano di crescita e pochi delle storture del sistema
dei media italiano, tutto sbilanciato sulle tv.
«Dico volentieri che ho apprezzato il lavoro dei miei predecessori
nella liberalizzazione delle telecomunicazioni, ma non ho difficoltà
a sottolineare che in campo audiovisivo è stata invece più efficace
l’Autorità Antitrust. Con loro e con il Parlamento avremo molto
da lavorare».
Un proponimento impegnativo. E per l’altra sua passione, la
letteratura, resterà tempo?
«Per quella il tempo c’è sempre».
IL
MESSAGGERO, 06/05/2005 |
CATTANEO E LANDOLFI NON HANNO APPREZZATO LA QUERELA AL CORRIERE
da IL RIFORMISTA |
I piani più alti, cioè altissimi,di viale Mazzini si racconta che,
una volta appresa la notizia, il primo commento di qualcuno sarebbe
stato un risolino molto divertito. La notizia è questa: il consiglio
di amministrazione della Rai ha querelato il Corriere della sera
per l’editoriale del vicedirettore Dario Di Vico uscito martedì
scorso. Due colonne in prima pagina sul tormentone del rinnovo del
cda a nove previsto dalla Gasparri intitolato così: «Prima la legalità
poi gli accordi». In pratica, per il Corriere rimielista la trattativa
in corso tra Casa delle libertà e Unione per il ticket di garanzia
(presidente più direttore generale) non fa altro che ritardare il
ritorno alla legalità di una Rai da un anno senza presidente e in
mano a un monocolore berlusconiano. Meglio votare subito in commissione
di Vigilanza, «altrimenti anche l’opposizione parlamentare si renderebbe
corresponsabile di una perpetuazione “dell’illegalità”». Le firme
dell’esposto. La risposta piccata dei quattro della Smartfour (Alberoni,
Petroni, Veneziani e Rumi) non si è fatta attendere e ieri lo stesso
quotidiano di via Solferino ne ha informato i suoi lettori: «Queste
le motivazioni per cui il cda della Rai ha deciso di querelare il
Corriere della sera per i contenuti dell’editoriale “Prima la legalità
poi gli accordi”: “La tesi della illegalità dell’attuale cda è destituita
di ogni fondamento giuridico e, per la forma in cui è presentata,
costituisce una denigrazione nei confronti dei singoli consiglieri
e della Rai stessa” ». Fin qui nulla di divertente,anche perché
l’iniziativa del consiglio non è stata condivisa da molti, tra cui
il dg Flavio Cattaneo,che dopo alcuni tentativi di dissuasione ha
fatto sapere in giro di non essere d’accordo, e dal neoministro
delle Comunicazioni, il finiano Mario Landolfi: «L’ho appreso dalle
agenzie, ma se mi avessero chiesto un parere avrei consigliato di
lasciar perdere». Le risate di viale Mazzini, allora, vengono dopo,
perché adesso tutti aspettano di vedere la prima firma in calce
alla querela contro il direttore responsabile Paolo Mieli e l’autore
dell’articolo, Di Vico. Quella cioè del presidente facente funzione
Francesco Alberoni, rappresentante legale dell’azienda, nonché autorevole
collaboratore del quotidiano che lo avrebbe definito «illegale».
Un collaboratore f.f. da anni, infatti, Alberoni ogni lunedì tiene
sul Corriere una rubrica di grande successo in prima pagina,“Pubblico
& privato” (senza contare che anche la moglie Rosa vanta una spazio
settimanale sul magazine di via Solferino). Per fortuna sua (di
Alberoni) almeno l’editoriale è uscito di martedì. Altrimenti se
fosse uscito un giorno prima il presidente f.f. avrebbe dovuto querelare
un articolo che poggiava graficamente sulla sua testa, cioè sulla
rubrica. In ogni caso, il problema non è di poco conto perché quando
c’è un procedimento in corso è prassi che offeso e offendente non
debbano avere rapporti, altrimenti ogni contatto, soprattutto amichevole,intervenuto
successivamente (nello specifico: un’eventuale telefonata cordiale
di Mieli ad Alberoni per farsi mandare la rubrica) potrebbe essere
interpretato dal giudice come risoluzione della causa (a favore
dell’offendente). Che farà allora Alberoni? Rinuncerà alla querela
o alla rubrica? Non solo: se il famoso sociologo dovesse firmare
l’esposto e nel frattempo la commissione di Vigilanza eleggesse
il nuovo presidente, potrebbe perdere sia la rubrica sia la poltrona
di viale Mazzini. A meno che non proponga un accordo a Mieli: niente
querela in cambio di una nuova rubrica facente funzione intitolata
“Legale & illegale”.
IL
RIFORMISTA, 06/05/2005 |
MA
DAVVERO CONVIENE ALL'ULIVO L'INCIUCIONE RAI? LA GASPARRI STA MORENDO,
E DA MARTEDÌ SI VOTA
da IL RIFORMISTA |
In maniera sottintesa, il sospetto l'ha insinuato ieri Ferruccio
de Bortoli con un editoriale sul quotidiano che dirige, il Sole
24 Ore. Scrivendo a proposito della tormentata trattativa in corso
tra Cdl e Unione sul rinnovo del cda Rai, più che soffermarsi sulle
nomine del ticket di garanzia richiesto da Romano Prodi, de Bortoli
ha rivolto alcune domande sulla politica industriale di viale Mazzini,
considerato che i due fiori all'occhiello della Gasparri, privatizzazione
e digitale terrestre, oggi languono in un ritardo preoccupante.
Tradotto in termini politici, allora, il sospetto è che il centrosinistra,
a partire dal suo leader, possa avere più di una convenienza ad
alzare i muri in vista del voto in commissione di Vigilanza per
il nuovo cda a nove. Una è quella, detta e ridetta, che molti nell'Unione
preferirebbero un congelamento dell'attuale consiglio a quattro
fino alle politiche, per poi procedere, da una posizione di maggioranza
una volta vinte le elezioni, alla nomina dei nove. Ma questa ipotesi,
che ancora ieri è stata sbandierata da qualche diessino pessimista
sull'esito di un'intesa bipartisan per il ticket di garanzia, avrebbe
anche altri due vantaggi. E cioè sottrarrebbe l'Unione a un confronto
da qui a un anno sulle scadenze della privatizzazione (e relativa
quotazione in Borsa) e del digitale terrestre. Infatti, un consiglio
condiviso varato adesso dovrà per forza affrontare le due questioni
tenendo conto dell'eventuale accordo siglato da Berlusconi e Prodi.
Di qui i dubbi del centrosinistra. Perché se da un lato, l'obiettivo
unionista è quello di abrogare tutte le parti della Gasparri che
cristalizzano il duopolio Rai-Mediaset (e quindi correggere soprattutto
le distorsioni del digitale terrestre che secondo l'opposizione
favorisce le reti del Cavaliere), dall'altro è innegabile che per
mettere mano alla legge di riforma del servizio radio-televisivo
bisogna aspettare un anno (e vincere eventualmente le elezioni).
A meno che, come riferisce una fonte accreditata dei ds, «il nuovo
ministro Landolfi, che non è berlusconiano come Gasparri, non si
presenti in Parlamento con dei provvedimenti migliorativi della
legge, ma questo presupporrebbe un Berlusconi statista, e non capo
del polo televisivo unificato».
Non solo: per quanto riguarda la privatizzazione, un nuovo cda porterebbe
allo scoperto le divergenze tra Prodi e alcuni settori della sua
maggioranza, presenti soprattutto tra i ds intruppati nel partitone
Rai. Il primo vorrebbe un'operazione decisamente aperta verso il
mercato, i secondi frenano. In ogni caso, all'Unione potrebbe venire
utile il cambio della guardia intervenuto col Berlusconi ter alle
Comunicazioni, dove il finiano Mario Landolfi avrebbe già fatto
capire che anche la maggioranza avrebbe l'interesse a perpetuare
il rallentamento dell'operazione avviata dal duo Gasparri-Cattaneo,
con il conseguente slittamento sine die dello sbarco a Piazza Affari.
Ecco perché, quindi, nel centrosinistra non c'è nessuna fretta a
chiudere la trattativa sul nuovo cda. Del resto, fino a ieri nella
maggioranza ancora non si è deciso che cosa fare sullo schema di
garanzia chiesto da Prodi. Qualcosa però potrebbe accadere entro
domenica, come dice un esponente azzurro. Quel giorno, infatti,
il premier partirà per Mosca e siccome martedì 10 maggio si comincia
veramente a votare in commissione e ad eleggere i membri del nuovo
cda (Petruccioli aveva annunciato le dimissioni in caso contrario)
è certo che si tenterà un'intesa nelle prossime quarantott'ore.
Allo stato, le posizioni sono distanti: Berlusconi reclama il direttore
generale, l'Udc il presidente, Fini la conferma di Cattaneo. Ma
da ambienti prodiani si continua a ripetere che ci vogliono due
figure «indipendenti e competenti». Per questo motivo non andrebbe
bene il ticket che è circolato di più ieri. Quello composto dal
ds Claudio Petruccioli (presidente, che avrebbe il vantaggio di
lasciare libera, presumibilmente per la maggioranza, la poltrona
di presidente della Vigilanza) e dal forzista Agostino Saccà (direttore
generale). Dice una fonte autorevole di An: «Prodi si deve rendere
conto che stiamo per eleggere un consiglio politico dove ci sono
già dei parlamentari nominati in pectore. Perché non accettare questa
proposta?».
IL
RIFORMISTA, 06/05/2005
* Scrivetemi, se volete, indirizzando a: cesare@lamescolanza.com
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