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VELINE & VELENI di Cesare Lanza - I GIORNALI IN 5 MINUTI - Giovedì 12 MAGGIO 2005
LA SERIE B RIAPPARE SULLA GAZZETTA, LA RAI SULLA STAMPA...

Dopo il nostro "tormentino" degli ultimi due giorni, oggi abbiamo ha avuto un sussulto - be, insomma, un sussultino - di soddisfazione. La Stampa stamane pubblica un dignitoso, casto trafiletto sulla questione delle nomine Rai: non ci sono notizie, nè indiscrezioni, ma la presenza c'è. Martedì e mercoledì avevamo fatto notare ai nostri visitatori che il caso Rai era scomparso dalle colonne del prestigioso quotidiano torinese. E maliziosamente, come diversamente non potrebbe essere in una rubrica che si chiama "Pessimi pensieri", facevamo notare una fortuita coincidenza, e cioè che Marcello Sorgi, direttore della "Stampa", è anche nel novero dei candidati alla presidenza della Rai, con la benevolenza e il gradimento del presidente del consiglio dei ministri. Abbiamo chiesto ragguagli più approfonditi a Sorgi, finora senza successo.
* Oggi, anche, La Gazzetta dello Sport riserva una pagina intera, finalmente, alla serie B: nei giorni scorsi avevamo fatto notare la nostra infelicità e insoddisfazione, come lettori fedeli della "rosea". A parte il Genoa, di cui siamo tifosi fin da quando avevamo i pantaloncini corti, ci sembrava incongruo che a un campionato di inimitabile interesse (tutte le squadre, tranne il Catanzaro, sono coinvolte in speranze e ambizioni di promozione in serie A o permanenza in serie B: ovvero tutta la provincia italiana, e non solo provincia, che si appassiona al super torneo) fosse dedicato uno spazio limitato. In una piacevole telefonata con Antonio Di Rosa, ieri pomeriggio, abbiamo spiegato meglio i nostri diritti di affezionati lettori.

p.s.
(Ovviamente non siamo così presuntuosi da pensare che Sorgi e Di Rosa abbiano recuperato interesse per la Rai e per la serie B grazie alle nostre modeste segnalazioni. Ma desideriamo esprimere, che diamine, un pizzico di ragionevole, legittima soddisfazione).
FI, SI CAMBIA ANCHE IN LOMBARDIA
di Laura Della Pasqua, IL TEMPO

La riorganizzazione di Forza Italia rischia di aprire nuovi fronti polemici all’interno del partito. La sostituzione dei coordinatori regionali che avrebbe dovuto essere un’operazione indolore in nome del principio dell’incompatibilità con le nuove cariche di governo, sta paralizzando Forza Italia. Tra martedì sera e ieri Berlusconi ha incontrato più volte il coordinatore nazionale Sandro Bondi e il suo vice, Fabrizio Cicchitto, con cui ha fatto la mappatura dei nuovi coordinatori regionali. Ieri è scoppiato il caso Veneto. La nomina di Niccolò Ghedini, deputato e legale di Berlusconi, ha mandato su tutte le furie l’uscente Giorgio Carollo che per protesta si è autosospeso dal partito e dalla delegazione di FI nel gruppo parlamentare europeo. Berlusconi ha tentato di addolcirgli la pillola nominandolo alla Consulta nazionale e responsabile nazionale per i Grandi eventi, ma questi incarichi, a quanto pare, non lo hanno compensato dello smacco subito con la sostituzione. Tant’è che in una nota polemica, in serata, ha mandato a dire al premier di «non aver mai chiesto questa nomina e di non volerla accettare». Sottolinea che la sua disponibilità «è stata ed è esclusivamente rivolta alla regione» e di aver appreso «con amarezza» la sostituzione» che ritiene «immotivata e ingiusta». Di qui la scelta dell’autosospensione. Ma cosa c’è dietro questa scelta e come mai Berlusconi ha voluto cominciare dal veneto per definire la nuova geografia territoriale? Carollo era da tempo in rotta di collisione con il presidente della Regione Giancarlo Galan che avrebbe quindi chiesto con forza la testa del coordinatore. Ed è stato accontentato. Tant’è che in serata Galan ha ringraziato con una dichiarazione di apprezzamento per l’arrivo di Ghedini. Altra situazione calda è quella della Lombardia. Anche se Paolo Romani sta facendo di tutto per resistere, la sua sostituzione sarebbe stata già decisa. Al suo posto andrebbe Guido Podestà favorito rispetto a Casero e Valducci. Una matassa più intricata è quella della Campania. Il coordinatore Antonio Martusciello dovrebbe lasciare in quanto neo viceministro dei Beni Culturali, ma non ne vuole sapere e sta tentando di resistere con un pressing costante su Berlusconi. Giuseppe Gargani, responsabile giustizia per FI, si sta muovendo per mettere un suo uomo al posto di Martusciello. Nel Lazio Antonio Tajani ha buone probabilità di restare. Ancora tutta da decidere la situazione in Sardegna dove dopo l’esito elettorale dovrebbe saltare Piergiorgio Massidda. A via dell’Umiltà ora si teme che il caso Carollo faccia scuola e possa costituire un precedente per quei coordinatori in aria di essere sostituiti. Ma non c’è solo la questione dei coordinatori. Tra i deputati cresce la richiesta di un cambiamento. «Non ci basta più che Berlusconi ci dica che basta la sua faccia per farci vincere. Qui nei collegi la situazione è diventata difficile» lamenta uno dei peones azzurri. Uno dei tanti che invece della solita cena con Apicella, andata in scena ieri allo Spazio Etoile, si aspettava qualcosa di più dal premier.

IL TEMPO, 12/05/2005
GIORNO DELLA VERITÁ PER LE NOMINE SI DECIDE SU SCARONI E MINCATO
da LA REPUBBLICA

ROMA - Numeri così sono sempre un´assicurazione sulla vita. Oggi, quando Berlusconi radunerà i capi del Polo sul risiko delle nomine, nel vertice di maggioranza, troverà l´ultimo primato dell´Eni su tutti i giornali italiani ed europei. Quasi 2 miliardi e mezzo di utili netti, e in un solo trimestre. Di fronte a questi risultati, il siluramento secco di Mincato dalla poltrona di amministratore delegato potrebbe essere un imperdonabile azzardo. Il manager vicentino , insomma, è ancora forte, per la gioia dei suoi principali sponsor: il ministro Siniscalco, il vicepremier Fini, gli investitori internazionali (Fidelity Investments e Capital Research). Certo, lo scenario 2 è sempre possibile. E cioè: spostare Mincato alla presidenza, così da dare continuità alla squadra di comando, promuovendo amministratore delegato un suo protetto. I favoriti restano Leonardo Maugeri (uno degli attuali 9 direttori) e soprattutto Stefano Cao (uno dei tre direttori generali). Ma questa ipotesi - cui ha lavorato lo stesso Mincato - trova freddo il Tesoro, preoccupato di non dare eccessiva centralità a questo gruppo manageriale.
Un altro schema ipotizza il trasloco di Paolo Scaroni dal ponte di comando dell´Enel all´Eni. Emissari del manager avrebbero fatto presente al governo che, per Scaroni, resta aperta la porta della Pilkington, società inglese per la quale ha lavorato quattro anni. Della serie: premiatemi oppure emigro. Ma un plenipotenziario dell´Udc sbarra la porta a Scaroni: «L´Eni - dice - ha sempre triturato i manager esterni, e le cose andrebbero così anche in questo caso».
La sensazione è che qualsiasi schema per l´Eni, qualsiasi variabile preveda posizioni di eccellenza per Roberto Poli, come la conferma alla presidenza. Il noto commercialista d´affari è ancora nel cuore di Silvio Berlusconi, inventore dell´architettura societaria dell´impero Fininvest. Oltre alle figure di massimo vertice, sono in scadenza i consiglieri d´amministrazione. Dei 10 da scegliere (uno senza voto di nomina politica), tre indipendenti li eleggeranno i Fondi comuni: Alberto Clò e Renzo Costi vanno verso la conferma, mentre dovrebbe essere sostituito Mario Cattaneo. Gli altri sei consiglieri, tra cui presidente e amministratore delegato, sono di nomina governativa.
Ma quante e quali partite si stanno giocando insieme in queste ore? L´Unione è convinta che le nomine al vertice della Rai siano un tavolo a parte, in ragione del loro enorme impatto politico. Eni ed Enel, insomma, si discutono da un lato; e la Rai dall´altro. Unico motivo di collegamento potrebbe essere incarnato da Flavio Cattaneo, attuale direttore della Rai, che troverà proprio tra Eni, Enel o magari alle Poste (altro vertice in scadenze come, peraltro, quello dell´Istat) una poltrona di consolazione. Sempre che il Cavaliere non lo confermi a Viale Mazzini, convinto da sponsor ancora influenti come l´ex ministro Gasparri, Ignazio La Russa (An) e il sottosegretario Paolo Romani
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LA REPUBBLICA, 12/05/2005
ENI RECORD, MA C'É L'INCOGNITA NOMINE
di Armando Zeni, LA STAMPA

Un nuovo record, per l’Eni. Dopo i numeri di fine anno che avevano segnato, nel 2004, l’anno boom del gruppo del cane a sei zampe, ecco quelli del primo trimestre del 2005 che collezionano appunto un altro record con l’utile netto a 2,445 miliardi di euro, il 22,2% in più rispetto a un anno fa che diventa però il 44,4% se dal dato dell’utile netto di un anno fa si sottrae la plusvalenza di 308 milioni per la cessione del 9% di Snam Rete Gas. C’era da aspettarsela una nuova crescita degli utili (quello operativo salito del 39,2% a quota 4,387 miliardi di euro), dei ricavi (+20,1%) con contemporanea riduzione dei debiti (2,8 miliardi in meno rispetto al 31 dicembre scorso ma, si tratta, va detto, del momento migliore visto che non sono stati ancora spesati i 5 miliardi circa di dividendi e una cifra analoga di imposizione fiscale: a fine anno, insomma, l’indebitamento sarà, si prevede, migliore ma non distante dai dati 2004), c’era da aspettarsela una nuova crescita della produzione (arrivata a 1,7 milioni di barili al giorno, il 4,6% in più) e delle vendite di gas che stanno pian piano equilibrandosi tra Italia (!8,4 miliardi di metri cubi) ed estero (10,3 miliardi), c’era da attenderlo visti i prezzi del brent che continuano a correre portando una liquidità senza precedenti nelle casse dei gruppi petroliferi. Tanto che, paradossalmente, adesso il problema, e non solo per l’Eni ma per tutti i concorrenti, è come impiegare l’eccesso di liquidità che sta entrando in cassa: nuove acquisizioni, nuovi acquisti di azioni proprie, un aumento continuo dei dividendi?
Lo ha ben chiaro il problema l’amministratore delegato dell’Eni Vittorio Mincato. Lui, manager molto benvoluto dal mercato, in scadenza di mandato, sa bene che come e dove investire la liquidità dipenderà anche da chi ci sarà, se ancora lui o un altro pilota, sulla poltrona di comando dove siede da sei anni. Voci e indiscrezioni si susseguono. Molti azionisti stranieri non nascondono il proprio sconcerto per il fatto che non sia ancora arrivata dal governo, azionista di maggioranza di Eni, la designazione del nuovo vertice. Lui non fa una piega e ripete: «E’ prassi consolidata degli ultimi tredici anni decidere all’ultimo momento, avverrà la stessa cosa anche quest’anno, siamo a tre o quattro giorni - spiega - dal deposito delle liste per le nomine, una cosa che è di competenza dell’azionista che sta decidendo in queste ore. Noi aspettiamo ma l’azienda non si ferma e continua a lavorare con tutte le sue forze». Per quanto riguarda poi cosa fare del cash flow, se acquistare nuove società o distribuire più dividendi, si vedrà. Certo, il fatto che in giro per il mondo oggi come oggi non ci siano grandi (e redditizie) possibilità d’acquisto aiuta: l’Eni, fa capire Mincato, è pronta a cogliere le opportunità ma non a comprare solo per il fatto d’avere liquidità a disposizione. Anche perchè, spiega, il piano industriale del gruppo punta già con una crescita organica, cioè senza acquisti, a far crescere la produzione a 2 milioni di barili al giorno. Quindi, più facile che una parte del cash sia usato per accrescere i dividendi (già quest’anno aumenteranno da 75 centesimi a 90 per azione) e per l’acquisto di azioni proprie con una ripresa dei buyback. Ovviamente con occhio vigile sui mercati che comunque si muovono: alla Libia dove Eni parteciperà a tutte le prossime aste, all’India che si sta lentamente aprendo ai gruppi stranieri, all’Iraq («Speriamo si trovi un equilibrio per far qualcosa di nuovo insieme alla compagnia locale»), all’Iran dove l’Eni c’è e vuole restare. E a proposito di Iran, essendo quotata a Wall Street, anche l’Eni, come altri gruppi petroliferi, «ha fornito alla Sec tutte le informazioni richieste sulla propria presenza nel paese mediorientale per far conoscere al mercato tutto quello che sta facendo»
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LA STAMPA, 12/05/2005
VERTICE DI MAGGIORANZA, SI SCEGLIE SU ENEL ED ENI
di Sergio Rizzo, CORRIERE DELLA SERA

ROMA - L’appuntamento per sbloccare il primo pesante pacchetto di nomine pubbliche è previsto per oggi pomeriggio, alle quattro. Al vertice di maggioranza parteciperanno il premier Silvio Berlusconi, il vicepresidente di Forza Italia Giulio Tremonti, il leader di An Gianfranco Fini, quello dell’Udc Marco Follini, Roberto Calderoli per la Lega Nord, il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola e il suo collega dell’Economia Domenico Siniscalco. Il primo capitolo da affrontare è quello dell’Enel: le liste del Consiglio di amministrazione da rinnovare devono necessariamente essere presentate domani. Il tema è quello dell’eventuale passaggio dell’amministratore delegato dell’Enel Paolo Scaroni alla guida dell’Eni, al posto di Vittorio Mincato. Una ipotesi che si sta facendo sempre più concreta, anche se avrebbe una serie di conseguenze, come la probabile uscita di scena dello stesso Mincato (manager che in questi anni ha raccolto molti apprezzamenti) ma anche la necessità di trovare un sostituto per lo stesso Scaroni. Forse un dirigente interno, come Vincenzo Cannatelli o Fulvio Conti, oppure un manager proveniente dall’esterno. Chi? E’ sempre viva l’opzione Flavio Cattaneo, l’attuale direttore generale della Rai. Il cui destino non è tuttavia ancora deciso. Se per Enel ed Eni la scadenza è infatti obbligata, non è così per il Consiglio di amministrazione della Rai: questione, com’è apparso chiaro dal vertice di maggioranza di ieri sugli statali, che ha sfiorato anche questo argomento, tuttora in alto mare. L’accordo politico sul presidente e sul direttore generale è lontano. E quindi la Commissione parlamentare di Vigilanza non sblocca le nomine di propria competenza. Ieri il presidente, Claudio Petruccioli, ha auspicato che non si vada oltre mercoledì prossimo «anche se», ha affermato, «la possibilità tecnica, ma deprecabile, esiste».
La faccenda è resa ancora più complicata dall’impasse sulla nomina dei due giudici costituzionali. Sull’eventuale nomina di Luciano Violante Berlusconi si sarebbe addirittura espresso in termini ultimativi («mai lui alla Consulta») e il suo veto è per ora decisivo. Ciò non esclude che per la presidenza della Rai si avrà già venerdì un primo decisivo segnale. Sarà quello della presenza, o meno, di Piero Gnudi nelle liste dell’Enel. Il presidente della compagnia elettrica è infatti uno dei candidati più accreditati per il vertice di Viale Mazzini. Sostenuto dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e dal leader dell’Unione Romano Prodi, dei quali è anche amico personale, Gnudi guida una lunga lista nella quale entrano e dalla quale escono, ogni giorno, molti nomi. Ieri, per esempio, c’erano pure, accanto a quello di Petruccioli, quelli del direttore della Stampa Marcello Sorgi e di Enzo Cardi, presidente delle Poste, in uscita, sostenuto dalla Cisl.
Ma accanto ai loro è comparso anche quello del rettore della Cattolica di Milano Lorenzo Ornaghi. A Roma per presentare alcune iniziative sociali, il professore, molto considerato negli ambienti della Curia milanese e dell’Udc si è trattenuto a palazzo Chigi con il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta proprio a parlare della Rai. A questo proposito va però precisato che Ornaghi si era sempre dichiarato indisponibile per ricoprire incarichi ai vertici della Tv di Stato.
E come per la presidenza ogni soluzione è possibile, questo vale anche per la direzione generale. Nel ventaglio delle ipotesi ci sta di tutto. La conferma di Cattaneo, come Berlusconi aveva garantito a Fini prima delle elezioni regionali. Oppure una seconda occasione per Agostino Saccà. Ma anche la promozione di Giancarlo Leone. E pure l’arrivo di Alfredo Meocci, ex parlamentare del Ccd ed ex componente dell’Authority delle Tlc, giornalista della Rai in aspettativa
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CORRIERE DELLA SERA, 12/05/2005
ALLA CARRÁ I PACCHI DI BONOLIS
di Marida Caterini, IL TEMPO

Nell'attesa che Paolo Bonolis sciolga, graziosamente, le riserve sul proprio futuro professionale, e si decida a far sapere se rimarrà per un altro anno in Rai oppure ritornerà subito a Mediaset, i responsabili dei palinsesti pubblici e privati cercano di non farsi trovare impreparati e studiano possibili scenari di programmazione. Il momento è davvero di grande incertezza in un periodo in cui, tradizionalmente, le maggiori produzioni della stagione autunnale sono già stabilite. Raiuno, in particolare, deve risolvere, in caso perda la sua gallina dalle uova d’oro, l’enigma che incombe su «Affari tuoi» ed il varietà abbinato alla Lotteria Italia. Tre i nomi che circolano in questi giorni come i più probabili ed accreditati successori di Bonolis: quello di Raffaella Carrà e quelli di Giorgio Panariello e Fabio Fazio. E poiché sarà ancora il gioco dei pacchi al centro dello show legato alla Lotteria, come già lo scorso anno, l’ipotesi più probabile è che il prossimo conduttore di «Affari tuoi» sarà anche il padrone di casa di «Affari tuoi, La Lotteria» che non andrà più in onda il mercoledì sera, pur conservando una collocazione infrasettimanale da decidere. Si parla del giovedì sera: in questo caso lo show avrebbe come diretto antagonista la nuova edizione del Grande Fratello su Canale 5. Se dunque sarà l’ex signora delle sorprese a gestire la Lotteria, potremmo vedere la Carrà anche al timone della striscia di «Affari tuoi» che prenderebbe una svolta spettacolare differente. Altrimenti per la Carrà è previsto un altro sbocco sempre in prima serata. Lo spirito goliardico ed ironico del gioco dei pacchi, inaugurato da Bonolis sarebbe mantenuto se invece si optasse per Panariello o Fabio Fazio. Oltre alla Carrà, infatti, Fazio rappresenta un nome gradito alla Endemol casa di produzione di «Affari tuoi» che realizza il programma «Che tempo che fa» di cui Fazio è da due anni il padrone di casa su Raitre con ascolti di tutto rispetto. Alla Endemol, infatti, spetta, in base all’articolo 7 del contratto stipulato con la Rai, l’ultima parola sulla scelta del conduttore. Per quanto riguarda gli ulteriori scenari autunnali di Raiuno, l’unica certezza del prime time autunnale riguarda «Ballando con le stelle» che torna il sabato sera con la riconferma di Milly Carlucci al timone. Differente la valutazione per le trasmissioni del day time, dove c’è da segnalare la riconferma di Mara Venier, come padrona di casa unica, alla guida della prossima edizione di «Domenica in» ed il cambio di guardia ad «Unomattina» dove povrebbe arrivare Massimo Giletti. Per l’autunno è previsto anche il ritorno di Alda d’Eusanio al timone di un nuovo quiz in un orario da definire. Tutti ancora da stabilire gli impegni televisivi autunnali di Pippo Baudo, per il quale, per adesso, non sono previsti ulteriori trasmissioni dopo la conclusione il prossimo 21 maggio di «Sabato italiano». Dall’altra parte dell’etere è Canale 5 ad essere in grande fibrillazione: il più che possibile ritorno di Paolo Bonolis stravolgerebbe non la prima ma la seconda serata della rete già affollata di padroni di casa e probabilmente apporterebbe delle modifiche alla fascia oraria del preserale, attuale appannaggio di Gerry Scotti con il vincente Milionario. Il rientro di Bonolis è temuto da molti personaggi della rete ammiraglia Mediaset che potrebbero veder limitati i propri spazi in funzione delle richieste del «signore dell’Auditel». Mentre qualcuno si è spinto ad ipotizzare per Gerry Scotti addirittura la prossima conduzione del festival di Sanremo, il problema essenziale è conciliare le esigenze altri candidati alla seconda serata di Canale 5 come Enrico Mentana e Claudio Martelli con quelle di Bonolis che mira ad un talk show di seconda serata, con interviste «giornalistiche» realizzate alla sua maniera secondo lo stile consolidato nella «Domenica in» di cui è stato il padrone di casa lo scorso anno
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IL TEMPO, 12/05/2005
GIORGINO - ASCESA E CADUTA DALLO SCHERMO
di Francesco Merlo, LA REPUBBLICA

Sappiamo tutti che il giornalista del Tg1 Francesco Giorgino è stato un berlusconiano devoto, e davvero lo avremmo finalmente stimato e persino difeso se avesse accusato il suo direttore Mimun di non essere abbastanza berlusconiano, proprio ora che Berlusconi dall´altare è caduto nella polvere. Invece Giorgino ha fatto il contrario, ed è ricorso alla più banale, alla più ingenua delle patacche: ha provocato e subìto la tirata d´orecchie del suo capoclan per ottenere la solidarietà che spetta ai maltrattati, per guadagnare la patente di uomo libero e prenotare le gratificazioni che saranno assegnate ai perseguitati politici il giorno della "liberazione". Insomma per diventare, persino lui, una vittima del presunto "regime" berlusconiano, sia pure a partita politica finita, negli spogliatoi: Giorgino come Enzo Biagi, Giorgino come Santoro. E invece, comunque la si pensi, si stia a destra o a sinistra, purtroppo non si può solidarizzare con Giorgino, neppure adesso che Mimun lo ha sospeso dall´incarico. Proprio non riusciamo a vederlo come il subalterno colpito dal potere arrogante, lui sempre così goffo nel cercare di far carriera e di volare senza ali. E´ difficile immaginarlo tirato per le orecchie da Mimun, lui che è nato con le orecchie lunghe. Ed è volgare questa lite tra due berlusconiani sulle spoglie di Berlusconi, sui suoi resti fumanti.
Il giornalista del Tg1, intervistato dal quotidiano "Libero", ha dato del berlusconiano fazioso al suo direttore, proprio lui che da Berlusconi era stato promosso a conduttore istituzionale. Infatti, come raccontò lo stesso Giorgino, compiacendosi per l´onore, fu Berlusconi a imporlo come mezzobusto nazionale delle ore 20 perché, diceva, «questo è il giornalista che farà impazzire le massaie», ed è la prova che anche sulla televisione Berlusconi non è l´ipse dixit, che anche lui si sbaglia, visto che Giorgino è un diminutivo. E´ rimasto un vezzeggiativo, pure come giornalista.
Di Giorgino ricordiamo poi una inutile comparsata a Sanremo, nel ruolo del valletto, anch´essa guadagnata sul campo dell´appartenenza politica. E rammentiamo infine che si vantava d´essere l´allievo di Bruno Vespa, che è una evidente doppia insensatezza, intanto perché Vespa più che un maestro è un monumento elevato all´arte raffinata e difficile della ‘maggiordomeria´, e poi perché tra i giornalisti ci sono certamente molti maestri ma non ci sono allievi: non si insegna il gusto della parola, né quanto la parola deve seguire l´occhio, né come si fa a tenere la schiena dritta. Nel giornalismo dichiararsi allievo di qualcuno significa solo indossare una livrea di protezione. Come dire: "State attenti perché sono protetto da Vespa", e in Rai anche questa è un altra bella devozione politica.
Non ci pare azzeccata neppure l´idea che Giorgino sia il paradigma del cambio di casacca, l´esempio del trasformismo applicato al probabile passaggio di consegne tra Berlusconi e Prodi. Il trasformismo italiano non è solo furbizia. Prima di diventare un vizio, fu un valore fondante della nazione, la via italiana per addolcire i conflitti di classe, la risposta ottocentesca all´oltranza ideologica. Insomma, anche il cambio di casacca è un concetto troppo impegnativo per Giorgino, anche perché le casacche non sono inesauribili e Giorgino è ancora giovane. Più modestamente dunque la lite tra Mimun e Giorgino segnala un umore nero tra sconfitti, schizzetti di bile, piccoli problemi da psicanalisi. E´ vero infatti che Giorgino ha violato la sola appartenenza che non doveva violare, quella all´azienda per la quale lavora, la lealtà e la solidarietà con il suo direttore e con le scelte politiche delle quali in questi anni è stato corresponsabile e coprotagonista. Ma è anche vero che solo Mimun poteva prendere sul serio uno che non era mai riuscito a farsi prendere sul serio. Le lunghe, rovinosamente trascinate, cadute dei leader non ci piacciono anche per questo: la scena è tenuta dai fantasmi, dai residui del trasloco, dagli aloni sporchi che lasciano i quadri staccati dai muri
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LA REPUBBLICA, 12/05/2005
IL PARTIGIANO GIORGINO BRUCIA SUL TEMPO I RAIBALTONISTI
da IL RIFORMISTA

A sentire i più attenti osservatori della fauna Rai,il segno che i tempi in azienda stavano proprio per cambiare arrivò il giorno dopo l’11 a 2 delle regionali.
E non fu l’sms di congratulazioni inviato dal noto autore di pastoni al portavoce del noto candidato dell’Unione alla premiership. No, fu quando sulla soglia della mensa Rai di Saxa Rubra apparve Donato Benedicenti.Il desaparecido Benedicenti. Del quale si diceva - ma queste sono leggende aziendali cui non dare credito - che fosse scomparso e irrintracciabile dal giorno del famoso incidente dei nastri sotto l’impermeabile, quelli che avrebbero dovuto registrare le berlusconiane parole del direttore Anna La Rosa. Le cronache orali di quella fausta mattina del 5 aprile raccontano che,catturata l’attenzione su di sé,Benedicenti attraversò la sala tra due ali di folla attonita,mentre con quasi impercettibili movimenti della testa e degli occhi si compiaceva di cogliere tra gli astanti sguardi di ammirazione e sorrisi appena accennati di cameratesca complicità. Chissà se tra coloro che salutavano il ritorno dell’esule,sebbene con la prudenza resa necessaria dalla subitaneità dell’evento, c’era anche lui,il partigiano Giorgino.Tutto lascia pensare di sì,se è vero come è vero che il biondo e ceruleo conduttore del Tg1 è stato fatto fuori dalla conduzione del telegiornale più seguito, per decisione del direttore Clemente Mimun.Giorgino non sorriderà più alle italiane e agli italiani,non fino a quando la linea gotica non sarà definitivamente sfondata dalle truppe prodiane. Paga la sua opera di resistenza attiva al berlusconismo dell’informazione di viale Mazzini. Intendiamoci, la notizia del suo siluramento non ha sorpreso i bene informati. Giorgino era da tempo sospettato di essere un membro della resistenza, almeno da quando meno di un anno fa diede alle stampe un volume, Dietro le notizie, che era sin dal titolo un manifesto programmatico di infiltrazione tra le file nemiche. Ma nel testo la militanza era abilmente dissimulata tra pagine e pagine di schemi e tabelle su che succede sui giornali se il cane morde l’uomo, e viceversa. Troppo poco per incriminarlo formalmente.A smascherare definitivamente il conduttore è stata dunque un’intervista incautamente affidata alle colonne del quotidiano collaborazionista Libero. In quella sede Giorgino ha vuotato il sacco, spiegato perché Mimun è un taroccatore di notizie e fatto il nome del più pericoloso tra i colonnelli del direttore, il berlusconiano di ferro Attilio Romita. Beata gioventù!
Qui la nostra solidarietà verso il compagno combattente si fa tenerezza. Perché Mimun legge i giornali, ma Giorgino non vede il satellite.Se no l’avrebbe sentito con le sue orecchie,una decina di giorni fa, il Romita pronunciare distintamente le seguenti parole nel corso in un talk-show: «Io berlusconiano? No, credo solo di aver approfittato anche involontariamente del fatto di essergli risultato simpatico». Se tutto va come deve, fra un paio di mesi si ricongiungeranno in montagna
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IL RIFORMISTA, 12/05/2005
RAI - BERLUSCONI VUOLE RIPARTIRE DA ZERO
di Giulia Cerasoli, IL TEMPO
Anche il Papa, alla quarta «fumata», è stato eletto. Mentre, per il Cda di viale Mazzini, si è rivelata «nera» pure quella. Oggi potrebbe essere una giornata più produttiva visto che Berlusconi ha convocato i vertici della Cdl di pomeriggio a Palazzo Grazioli e in programma ci sono, tra l’altro, le nomine negli enti pubblici: Rai, Sviluppo Italia, Eni, Enel, Poste. E chissà che dal valzer di poltrone non esca fuori proprio quel benedetto «ticket» da far timbrare a Romano Prodi. L’appuntamento è per le 16, quindi sempre dopo l’ennesima votazione «nulla» della Vigilanza. Ognuno dirà la sua, ma poi deciderà sempre lui, il premier. E per ora pare che il Cavaliere abbia bloccato tutte lei ipotesi fatte e abbia voglia di ricominciare da capo. Magari poteva mandare giù la proposta Claudio Petruccioli-Flavio Cattaneo (ora dato sempre più in partenza verso l’Enel per la sua esperienza di privatizzatore) ma sulle altre accoppiate più casinian-prodiane, pare che abbia detto un «no» secco (cioè Piero Gnudi presidente esclude Giancarlo Leone direttore generale e viceversa). Anzi, qualcuno che ieri era a pranzo con il premier a Palazzo Grazioli, parla della possibilità di ottenere da Berlusconi ancora un ok sull’ipotesi Claudio Petruccioli-Giancarlo Leone o Petruccioli-Meocci, solo nel caso uno dei tre consiglieri di FI, Alessio Gorla, sia anche amministratore delegato dell’azienda (come prevede il nuovo statuto). Mentre Vittorio Pessina, senatore di FI in Vigilanza, insiste sulla designazione di Claudio Petruccioli a prossimo presidente la trattativa è andata avanti con altri colloqui tra Letta e Prodi. Se sulla possibilità di trovare un accordo sull’accoppiata Piero Gnudi-Giancarlo Leone non sembra scommeterci più nessuno, i due candidati «centristi» potrebbero però restare in corsa separati (soprattutto Piero Gnudi presidente). All’interno di Forza Italia, infatti, il resto del puzzle con queste due cariche «forti» affidate entrambe a manager di fede centrista, non convince. Va bene scegliere persone «condivise», ma perdere «tutte le posizioni» sembra eccessivo. Nel Cda è vero ci sarebbero tre consiglieri di FI, Alessio Gorla, Giorgio Lainati più Angelo Petroni (per il Tesoro), ma la guerra sarebbe comunque durissima in Consiglio, con un vertice monocentrista. Due infatti sarebbero i consiglieri richiesti da An, tra cui Gennaro Malgieri (o un consigliere e un vicedirettore generale, Guido Paglia), nessuno per l’Udc, visto il ticket centrista, e tre dell’opposizione (Curzi, Rizzo Nervo e Rognoni). Un vertice così composto viene considerato troppo sbilanciato per il premier che non ha nessuna intenzione di farsi mettere nell’angoletto da Romano Prodi. Così, bocce ferme e si ricomincia da capo. Con nuove proposte da tirare fuori oggi.

IL TEMPO, 12/05/2005
IL PROFESSORE PREME SUGLI ALLEATI: DISERTIAMO IL VOTO DEL CDA
di Francesco Verderami, CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Quando Romano Prodi ha spiegato il piano, gli alleati sono rimasti per qualche istante senza parole: Piero Fassino ha iniziato a muoversi nervosamente sulla sedia, Francesco Rutelli ha sgranato gli occhi, solo Enrico Boselli ha preso le sue difese. Nessuno aveva previsto che nel braccio di ferro con la Cdl sulle nomine Rai il leader dell’Unione proponesse una linea barricadera: «Senza un’intesa su presidente e direttore generale, dobbiamo disertare il voto in commissione di Vigilanza per impedire la nomina del nuovo Cda». Così il vertice di centro-sinistra ha vissuto l’altro ieri momenti di grande tensione, è stato - come racconta un rappresentante dell’opposizione - «il primo atto di una partita di potere che sta prendendo corpo nell’alleanza, in vista della vittoria nel Duemilasei». Perché sull’avvento a palazzo Chigi nessuno ormai nutre più dubbi nell’Unione, e le poltrone di viale Mazzini sono solo una parte del più grande risiko sul futuro controllo dei posti nevralgici dello Stato. Come in una sorta di prova generale, il Professore ha inteso verificare la forza della propria leadership, impostando una linea intransigente nel negoziato sulla tv pubblica, tentando di mettere alle corde anche gli alleati che hanno già i loro candidati da piazzare nel Cda e devono gestire l’attesa. Perciò Prodi prima ha informato i presenti dell’ennesimo colloquio a vuoto con Gianni Letta: «Mi ha detto che dovremo risentirci, sintomo che nel Polo non trovano l’accordo». Poi ha spiegato la sua strategia, «che serve a rafforzare il nostro potere di contrattazione»: o il Cavaliere sigla il patto dell’abbinata per i vertici Rai, «o è meglio lasciare questo consiglio di amministrazione fino al termine della legislatura, per poi sostituirlo». D’altronde Prodi è convinto che «il nuovo Cda non andrebbe comunque a incidere sugli attuali assetti», e che fino alle Politiche «rimarrebbero gli stessi direttori di rete e di tiggì».
Insomma, il capo dell’Unione è convinto che senza garanzie sulla figura chiave del direttore generale, sarebbe meglio marcare la distanza, meglio disertare la commissione di Vigilanza e non votare. Dicono che il leader dei Ds abbia preso assai male la proposta di Prodi, che già in un precedente incontro era stata bocciata, persino da Fausto Bertinotti. «Scusa Romano - ha esordito Fassino visibilmente contrariato - ma se da un anno non facciamo che contestare la legittimità di questo consiglio di amministrazione, se dopo le dimissioni di Lucia Annunziata non riconosciamo questi vertici Rai senza più presidente, se non facciamo altro che chiedere il ritorno alla legalità nella tv di Stato, mi spieghi come faremmo a giustificare questa posizione? Perché di fatto dovremmo renderci di complici dello status quo».
Per una volta il segretario della Quercia e il presidente della Margherita hanno parlato la stessa lingua, se è vero che Rutelli ha riconosciuto valido il ragionamento di Fassino. E a dar manforte ai due, ha provveduto il capogruppo del Prc alla Camera Franco Giordano, sostituto di Bertinotti alla riunione. Anzi, per primo il dirigente di Rifondazione ha messo Prodi sull’avviso, «sarebbe un errore non votare il nuovo Cda, perché la maggioranza potrebbe andare avanti con l’attuale fino alla prossima primavera, e poi magari - alla vigilia delle Politiche - votarne un altro. Così però il Consiglio scadrebbe nel 2009».
A irritare ancor di più i leader del centrosinistra sarebbe stato l’atteggiamento distaccato di Prodi, che specie mentre parlava Fassino è sembrato non curarsi più di tanto delle sue obiezioni. Altre, poco dopo, ne avrebbe avanzate Clemente Mastella, realista e pragmatico come sempre nel chiuso delle riunioni. Il capo dell’Udeur si è soffermato giusto il necessario sul «rischio che correremmo se non votassimo il nuovo Cda della Rai». Anche perché, se si realizzasse l’ipotesi sostenuta da Giordano, «non potremmo poi chiedere a quel Consiglio di dimettersi. Ricordiamoci che Roberto Zaccaria non lo fece, né potremmo varare una legga per mandarli via. Sarebbe un atto intollerabile». Però a Mastella premeva soprattutto avanzare una proposta di mediazione con il Polo, «un patto tacito» da offrire al centrodestra», «una sorta di statuto dell’opposizione», in base al quale «garantire chi perde le elezioni con una rete e una direzione di telegiornale. Perché la lottizzazione è una cosa seria, ha una valenza democratica». Al termine del giro di tavolo il Professore è rimasto sulle sue, ma è tutto da vedere se la prova di forza avrà successo, se i partiti del centrosinistra accetteranno di non andare in commissione Vigilanza martedì prossimo, quando anche la maggioranza dovrebbe tornare per votare il nuovo Cda Rai.
C’è chi ipotizza che l’atteggiamento barricadero di Prodi non sia solo teso a stoppare le manovre di Berlusconi, «la verità - sussurra un autorevole maggiorente dell’Unione - è che Romano non tollera i personaggi scelti nel centro-sinistra per viale Mazzini. Soprattutto farebbe carte false per bocciare il candidato della Margherita, Nino Rizzo Nervo», direttore di Europa. Da tempo nei Dl i prodiani avevano issato le barricate contro Rizzo Nervo, sostenuto da Rutelli. In fondo - per usare le parole di un altro dirigente dell’opposizione - «tanto Rutelli quanto Fassino puntano ad avere propri referenti nei centri di potere. Soprattutto all’Eni, oltre che nel resto delle società a partecipazione statale. Ed è una partita autonoma rispetto a Prodi».
Nell’Unione è iniziato il grande risiko all’ombra dello scontro sulla Rai, ed è un gioco che tocca altri gangli di potere. Il Professore è al corrente delle mosse di Fassino e Rutelli, tanto che - durante un colloquio riservato - ha sorriso al suo interlocutore: «Lo so, so dei loro incontri con industriali e banchieri...»
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CORRIERE DELLA SERA
, 12/05/2005
VERTICI RAI, SPIRAGLIO DI TRATTATIVA
da LA STAMPA

ROMA - Se non sarà sconvocato all’ultimo momento, il vertice della Casa delle libertà previsto per oggi alle 16 a Palazzo Grazioli, alla presenza di Silvio Berlusconi, potrebbe sbloccare il rinnovo dei vertici Rai. Ma il condizionale è d’obbligo, perché la partita-Rai oramai si è strettamente intrecciata a quella che riguarda le nomine in diversi enti pubblici e soprattutto è collegata all’indicazione da parte del Parlamento di due giudici costituzionali. Fino a ieri Silvio Berlusconi si è fermamente opposto al candidato dell’opposizione, il presidente dei deputati Ds Luciano Violante, ritenuto da parte della maggioranza uno dei «registi» della stagione giustizialista.
Ieri, nella Commissione di Vigilanza Rai si è consumato un nuovo nulla di fatto per l’elezione dei sette membri del Cda di viale Mazzini di competenza della Commissione. Lo ha annunciato, al termine della seduta, il presidente della Commissione Claudio Petruccioli, vista l’assenza dei parlamentari della Cdl. La Commissione è convocata nuovamente dalle 12,30 alle 14 di oggi. E’ molto prevedibile un nuovo nulla di fatto.
Una «latitanza», quella della Cdl, che fa dire al segretario Ds Piero Fassino: «La situazione che si è venuta a creare non dipende da noi, noi in Vigilanza esprimiamo il nostro voto. E’ la Cdl, che essendo nella più assoluta confusione dopo la sconfitta elettorale, non riesce ad avanzare proposte». Ieri il consueto «borsino» ha fatto registrare, prima un impennata e poi una flessione delle azioni di Claudio Petruccioli
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LA STAMPA, 12/05/2005
OGGI CI PROVANO SULLA RAI, IL DUELLO É SEMPRE TRA UDC E LEGA
da IL RIFORMISTA

A sentire centrodestra e parte dei Ds, ieri mattina il nuovo presidente della Rai era Petruccioli, a patto che Violante finisse alla Corte costituzionale. Però Rutelli mai avrebbe potuto accettare una doppia nomina diessina e nessuna margheritina, né ha aiutato Petruccioli un’intervista concessa ieri a Repubblica. Nel pomeriggio, perciò, diellini e centristi dell’Udc dicevano che il nome certo era quello di Piero Gnudi, sempre con Violante alla Consulta. Ma per i falchi casaliberisti Gnudi è troppo prodiano, e An non ci sta. Restano quindi le voci della serata, quelle più accreditate. Favorita dalle pressioni su governo e parte dell’opposizione di Montezemolo - che entro tre settimane porterà con tutta probabilità un nuovo direttore alla Stampa - sembrava fatta la nomina di Sorgi. A differenza di Prodi e Rutelli, i Ds non sono infatti contrari a prescindere, complice la solita questione Violante. Che Berlusconi si sarebbe finalmente deciso a prendere in considerazione.
Comunque: Gnudi o Sorgi, fa lo stesso. C’è però una cosa sulla quale il premier non intende assolutamente mollare: la scelta del direttore generale. La lista dei papabili è ristretta a quattro nomi. Cattaneo non è la prima scelta, ma extrema ratio il Cavaliere potrebbe pure tenerselo per evitare guai ulteriori. Pochissime chance ha Meocci, anche se rimane l’unico nome veramente gradito all’Udc. Ma la sensazione è che se la giochino Saccà e Comanducci, con il primo favorito.
Risolta la partita Rai, si aprirebbe il risiko delle nomine per Eni e Enel e Poste. Anche qui le voci si rincorrono. Però si parla diffusamente di una conferma di Vittorio Mincato ad amministratore delegato dell’Eni e di Paolo Scaroni alla guida all’Enel. Alle Poste strada in discesa per Sarmi e Cardi, almeno stando a quanto dice Landolfi. E Cattaneo? Semiufficialmente punterebbe alla poltrona di ad di Enel, ma l’impresa pare difficilissima. Ed ecco perché alla fine, potrebbe anche rimanere alla Rai, ma solo se Alleanza nazionale (cosa improbabile) facesse della sistemazione del Dg Rai una questione cruciale. Fatto sta che oggi di tutto questo si parlerà in una riunione di maggioranza convocata per le 16 - salvo complicazioni - a palazzo Grazioli. In verità, questa faccenda dei vertici che dovrebbero risolvere la verifica permanente della Cdl (nemmeno una crisi di governa l’ha sedata) sta assumendo contorni surreali. Ieri è successo con il vertice sul contratto degli statali. I vari ministri, invece di risolvere il problema, hanno litigato, portando i sindacati ad annunciare lo sciopero. La Cdl è quindi uscita ancora una volta divisa da palazzo Grazioli, con la Lega a dettare l’agenda economica (vuole il Dpef subito), Berlusconi a seguirla idealmente, Udc e An all’opposizione. Insomma, la storia di sempre, ed è così su tutto (referendum, giustizia, riforme costituzionali e altro ancora). Sulle nomine, però, non si può andare avanti all’infinito.
Ci sono le assemblee degli azionisti da fare, scadenze da rispettare e regole di mercato da seguire. Perciò, dal vertice di oggi qualcosa di concreto deve per forza venire fuori. Magari, per il bene del paese, con l’«appoggio esterno» di Prodi
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IL RIFORMISTA, 12/05/2005

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