| VELINE
& VELENI di Cesare Lanza - I GIORNALI IN 5 MINUTI - Venerdì
13 MAGGIO 2005 |
| ELISA
AMBANELLI ALLA DIREZIONE DI RETE A |

ROMA - Primo passo rilevante nella strategia della ristrutturazione
di Rete A, il network acquisito alcuni mesi fa dal Gruppo L'Espresso-La
Repubblica. Alla direzione della rete televisiva (al momento il
palinsesto è specializzato in proposte musicali di avanguardia)
è stata chiamata Elisa Ambanelli, ex collaboratrice, molto apprezzata,
di Giorgio Gori: nel suo curriculum, un'esperienza a La 7 in un
cast di collaboratori di fiducia di Roberto Giovalli, tra cui Francesca
Canetta e Betty Soldati, e alla Endemol, dove ha ideato e firmato
un reality show in quattro episodi, "Diario, esperimento d'amore",
condotto da Marco Liorni.
La specializzazione di Elisa Ambanelli lascia pensare a progetti
nuovi, in Rete A, nel settore dell'intrattenimento. Nessuna indiscrezione,
invece, filtra da via Cristoforo Colombo 90 sulle possibili decisioni
dei vertici dell'Espresso-La Repubblica a proposito di eventuali
incursioni di Rete A (qui è concentrata la curiosità del mondo editoriale
e politico) nel campo dell'informazione. |
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LE
NOMINE
di Enrico Marro, CORRIERE DELLA SERA |
ROMA - Cambio ai vertici operativi dell’Eni e dell’Enel, i due colossi
dell’energia a partecipazione statale. Paolo Scaroni, attuale amministratore
delegato dell’Enel, dovrebbe passare con lo stesso incarico all’Eni,
al posto di Vittorio Mancato. Fulvio Conti, direttore finanziario
dell’Enel, verrebbe invece promosso al ruolo di amministratore delegato,
subentrando allo stesso Scaroni. Presidenti dell’Eni e dell’Enel
resterebbero, invece, rispettivamente Roberto Poli e Piero Gnudi.
Mincato, infatti, avrebbe rifiutato la presidenza dell’Eni. Questi
i termini dell’accordo raggiunto ieri sera in una riunione a Palazzo
Chigi tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e i ministri
interessati. E che oggi dovrebbe ricevere il via libera dal Consiglio
dei ministri, sempre che non sorgano contrasti politici. L’Udc di
Marco Follini sembra infatti nuovamente su posizioni molto critiche.
Tanto che è saltato il previsto vertice di maggioranza. In serata
Berlusconi ha precisato: «Sulle nomine ho ritenuto di dovere interloquire
solo con i ministri». La partita riguardante Eni ed Enel dovrebbe
quindi essere chiusa oggi, in vista delle assemblee degli azionisti
delle due società quotate che dovranno ratificare le nomine: il
25 maggio in prima convocazione per l’Enel e il 26 per l’Eni. Critica
l’opposizione: «Non si vede perché chi sta lavorando all’Eni e all’Enel
non dovrebbe continuare a farlo», dice Pierluigi Bersani (Ds).
Ieri non sarebbe invece stato sciolto il nodo dei vertici della
Rai e delle Poste. Qui la partita è più complessa e rischiosa per
la tenuta della maggioranza. Per le Poste si parla della conferma
di Massimo Sarmi (vicino ad An) come amministratore delegato mentre
alla presidenza potrebbe arrivare Marco Staderini (Udc) al posto
di Enzo Cardi.
In alto mare la soluzione per la Rai. Per la presidenza la candidatura
di Piero Gnudi non è definitivamente tramontata perché il manager
riconfermato al vertice dell’Enel, in teoria, potrebbe essere spostato
in un secondo momento alla guida di viale Mazzini. Ma al posto concorrono
anche il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza
sulla Rai, Claudio Petruccioli (Ds), il direttore de la Stampa ,
Marcello Sorgi, e lo stesso presidente delle Poste, Cardi, sostenuto
dalla Cisl.
Per l’incarico di direttore generale non è ancora chiaro se Flavio
Cattaneo verrà confermato. Da ieri sera la sua candidatura all’Enel,
che pure era circolata nei giorni scorsi, sembra tramontata. Ciò
non toglie che restino in piedi diverse ipotesi per un nuovo direttore
generale della Rai: da Agostino Saccà, direttore di Rai Fiction,
ad Alfredo Meocci, ex parlamentare del Ccd, a Giancarlo Leone, amministratore
delegato di Rai Cinema, per il quale ieri si è speso il diessino
Giuseppe Giulietti. Che ha detto: «I nomi di nostro gradimento sono
noti da tempo al governo. Se devo citarne qualcuno posso fare quelli
di Claudio Cappon, di Pierluigi Celli, di Maurizio Beretta, di Emma
Marcegaglia, di Giancarlo Leone, di Pasquale Pistorio e di Franco
Bernabè».
CORRIERE
DELLA SERA, 13/05/2005 |
LETTA
CONTINUA
di Sergio Rizzo, CORRIERE DELLA SERA |
Lo aspettavano con trepidazione, il vertice di maggioranza. Qualcuno,
nei partiti, aveva anche preparato i biglietti con gli schemi. E
li aveva fatti più appetitosi possibile. Ma poi c’è stata quella
telefonata di Silvio Berlusconi. «Sapete che c’è di nuovo? Basta
con i vertici, che poi dicono che siamo divisi e litighiamo sempre
su tutto. Figuriamoci sulle nomine. Questa volta risolviamo tutto
per telefono. Voi mi dite la vostra e poi decidiamo Gianni ed io».
Dove Gianni sta ovviamente per Gianni Letta, il sottosegretario
alla presidenza del Consiglio, che ha avuto l’incarico materiale
di mettere insieme le tessere del complicato puzzle. E si è incaricato
di dare al premier il consiglio decisivo. Un vertice formale, con
le elezioni di Catania a fare da sfondo poco rassicurante, e il
rebus irrisolto (e per ora irrisolvibile) della Rai, avrebbe forse
potuto diventare un confronto insidioso. Da giorni le tensioni si
scaricano nella coalizione, con l’Udc che recalcitra, e che è già
finita sul banco degli imputati. Gli alleati accusano Marco Follini
di trattare sottobanco con l’opposizione sui vertici della Rai,
mentre la maggioranza non riesce a mettersi d’accordo. Così il vertice
politico si è trasformato in una riunione tecnica fra Berlusconi
e i ministri competenti. Fra i quali però, guarda caso, non c’è
nessun esponente centrista.
E tutta la vicenda delle nomine nelle aziende pubbliche, a cominciare
dalla Rai, potrebbe a questo punto prendere una piega imprevista.
Per come si sono messe le cose, l’Udc, che nelle previsioni avrebbe
potuto anche fare il pieno, rischia di trovarsi con un pugno di
mosche in mano (naturalmente, sempre che dopo le elezioni di Catania
la situazione nella maggioranza non degeneri di nuovo, ma questo
è un altro film). Fra quanti nel frangente delle nomine sono stati
più vicini al premier c’è pure chi si spinge a prevedere che Berlusconi
possa arrivare a negare all’Udc non soltanto un posto al timone
della Rai, ma persino uno scranno di consolazione. Quella presidenza
delle Poste che Enzo Cardi dovrebbe lasciare dopo quasi 12 anni,
e andare forse a Marco Staderini, il presidente dell’Inpdap e consigliere
delle Ferrovie vicinissimo al presidente della Camera Pier Ferdinando
Casini. Per quel posto Berlusconi potrebbe infatti proporre l’ex
presidente dell’Autorità per le comunicazioni Enzo Cheli.
Sarebbe questo forse l’ultimo sfregio, a coronare uno scenario di
rapporti che per molti versi sembrano ormai compromessi. Ma certamente
l’antipasto della battaglia sulla Rai deve far riflettere. Fino
a qualche giorno fa il trasferimento dell’amministratore delegato
dell’Enel Paolo Scaroni all’Eni, con la conseguente uscita di scena
di Vittorio Mincato, sembrava un’ipotesi assolutamente remota. Un
esercizio accademico, caro soltanto ai giornalisti. Tanto da far
addirittura tornare alla mente, a chi lo conosceva bene, quell’episodio
clamoroso, di tre anni fa. Anche allora Mincato sembrava spacciato:
la sera prima della nomina dell'amministratore delegato dell’Eni,
da palazzo Chigi erano addirittura arrivate le congratulazioni al
suo presunto successore, Francesco Zofrea.
Ma poi il mattino dopo, nelle liste dei consiglieri della compagnia
petrolifera, c’era il nome di Mincato, e non quello di Zofrea. Lo
stesso ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, pareva subirla,
più che gradirla, l’ipotesi del trasloco di Scaroni all’Eni. Fosse
stato per lui, probabilmente avrebbe lasciato le cose com’erano.
Confermando, com’è stato fatto con i presidenti Piero Gnudi e Roberto
Poli (che non sono sgraditi nemmeno al leader dell’Unione Romano
Prodi), anche i due amministratori delegati. Ma le pressioni per
far saltare Mincato, manager apprezzato ma poco malleabile, erano
fortissime. Non ultime, quelle della Lega Nord di Umberto Bossi,
il più fedele alleato di Berlusconi e avversario interno di An,
ma anche dell’Udc. Letta e Siniscalco ci hanno messo una pezza,
indicando a fianco del confermato leghista Dario Fruscio, l’uomo
che nel consiglio dell’Eni ha fatto fin dall’inizio la guerra a
Mincato, un nuovo consigliere: il giovane (e rampante) consigliere
di Stato Marco Pinto, già capo dell’ufficio legislativo dell’ex
superministro dell’Economia Giulio Tremonti e successivamente capo
di gabinetto di Follini quando il segretario dell’Udc era diventato
vice presidente del Consiglio. Ma è, appunto, una pezza. Niente
di più.
CORRIERE
DELLA SERA, 13/05/2005 |
DEBENEDETTI:
«ECCO I 10 PICCOLI PISTORIO CHE POSSONO RILANCIARE IL PAESE»
di D. Ta., CORRIERE DELLA SERA |
Franco Debenedetti è in vena einaudiana di fronte ai dati che rivelano
la recessione in cui è finita l'Italia. Per affermare che reagire
è possibile: «Non occorrono decenni per ricostruire economicamente
il Paese - cita da Luigi Einaudi del 1943 - Bastano anni». Le forze,
a suo parere, non mancano. «Nell'intervista al Corriere della Sera
di lunedì scorso - dice - Giuliano Amato sostiene che occorrono
dieci Pistorio per rilanciare il Paese. Ma ci sono certamente, in
Italia: dobbiamo però creare le condizioni, sia come interessi sia
come regole, perché crescano». Succede che all'interno dell'opposizione
al governo Berlusconi sta crescendo il dibattito su come affrontare
il declino economico dell’Italia. E il calo del Prodotto interno
lordo rivelato ieri fa sembrare più urgente la discussione. Amato
ha lanciato un sasso: molto meglio politiche microeconomiche che
consentano lo sviluppo di dieci Pasquale Pistorio (l'ex amministratore
delegato della StMicroelectronics, una delle aziende europee di
maggior successo sui mercati) di grandi progetti macro. E Debenedetti
è d'accordo.
«Di Pistorio piccoli e meno piccoli ne abbiamo molti - dice - Qualche
nome? Nerio Alessandri di Technogym; Alberto Bombassei della Brembo;
Roberto Colaninno; Renzo Rosso di Diesel; i De Longhi; i Merloni;
i fratelli Buzzi dell'Unicem; Carlo Petrini di Slow Food che è stato
capace di mettere assieme competenze e interessi per dare vita a
una rete di ricchezze; e, a rischio di essere accusato di nepotismo,
mio nipote Rodolfo De Benedetti. E altri che non ho nominato. Ma
quelli che contano sono coloro che possono crescere: perché questo
avvenga la politica deve modificare il quadro delle aspettative».
Le aspettative: questa sembra diventata la parola chiave nel dibattito
economico della sinistra oggi. Si tratta di modificarle e, secondo
Debenedetti, bisogna farlo in positivo e in negativo. In positivo,
dando agli imprenditori un orizzonte di certezze più lungo, di stabilità
degli incentivi, e non indurli all'opportunismo di breve periodo.
In negativo, «evitando che gli attori economici abbiano interesse
solo a estrarre, attraverso il mattone, rendita fondiaria; o a estrarre
rendite di posizione attraverso gli oligopoli o a estrarre dal pubblico
risparmio, attraverso gli amici e gli amici degli amici. Se non
è chiaro, penso all’Antonveneta». Certo che ci vogliono le liberalizzazioni.
«Ma l'esperienza del governo Berlusconi dimostra che da sola una
via liberale e universalistica, che punti tutto sul libero gioco
di rapporti di forza senza interferenze del potere decisionale e
degli interessi sociali non funziona». Tanto che non è riuscito
a realizzarla, dice Debenedetti. Bisogna invece, a parere del senatore
del Centrosinistra, coinvolgere soprattutto le piccole e medie imprese
in un processo di corresponsabilità, offrirgli una rappresentanza
politica, dare loro voce nei processi decisionali. Quella che D'Antona
chiamava «scambio di volontà». Altrimenti, «in un Paese come il
nostro, chiuso, con bassa mobilità sociale, scattano meccanismi
difensivi e gli interessi si organizzano a protezione dell'esistente».
E poi conta il clima culturale del Paese: «Chi, in Italia, si mette
a studiare o a investire in biotecnologie, quando si approvano leggi
che vietano la ricerca sulle staminali, che considerano gli Ogm
come cibo di Frankenstein e si chiede al Servizio sanitario di fornire
la cura Di Bella?».
CORRIERE
DELLA SERA, 13/05/2005 |
SCARONI
ALL'ENI, SALTA MINCATO
di Aldo Fontanarosa, LA REPUBBLICA |
ROMA - Paolo Scaroni nuovo amministratore delegato dell´Eni, al
posto di Vittorio Mincato, e Roberto Poli confermato presidente.
Fulvio Conti amministratore delegato dell´Enel (al posto di Scaroni)
con Piero Gnudi avviato alla riconferma come presidente. Il premier
Berlusconi risolve così il mosaico delle nomine per le due società
energetiche in quella che definisce un´«istruttoria sulle aziende
quotate, in vista del consiglio dei ministri di oggi». All´istruttoria
preliminare, ieri a Palazzo Chigi, hanno partecipato entrambi i
vice premier, Tremonti e Fini, e i due ministri economici, Siniscalco
(Economia) e Scajola (Attività produttive). Il vertice con i capi
dei partiti della coalizione, invece, non si è celebrato; ma Lega
Nord e Udc daranno sembra il loro via libera all´operazione, con
maggiore o minore convinzione. Mentre lo stesso Siniscalco avrebbe
inizialmente sostenuto le ragioni di un mantenimento dello status
quo, senza comunque contrastare più di tanto la scelta finale dell´esecutivo
adottata nella logica di uno svecchiamento dei vertici aziendali.
Malgrado i risultati entusiasmanti, ed un´ultima trimestrale da
quasi 2 miliardi e mezzo di euro, Mincato deve lasciare il ponte
di comando dell´Eni. Il manager vicentino era disponibile a trasferirsi
sulla poltrona di presidente, a patto che amministratore delegato
e suo successore diventasse un fedelissimo. Messo di fronte all´arrivo
di Scaroni, lo stesso Mincato ha preferito farsi da parte a titolo
ormai definitivo. Deluso è l´ex ministro Bersani (Ds), che si chiede
quale siano le reali ragioni di questi cambi.
A proposito di Enel, la partenza di Scaroni lascia spazio a Fulvio
Conti - attuale direttore finanziario della società elettrica, 57
anni, una laurea in Economia - che batte sul filo di lana Flavio
Cattaneo, ora direttore della Rai. Ieri era anche circolata la voce
di un tandem per l´Enel: sia Conti che Cattaneo avrebbero ricoperto
la carica di amministratore delegato, dividendosi le deleghe operative.
Ma la soluzione è stata accantonata, perché giudicata da Prima Repubblica
e impresentabile al cospetto dei mercati internazionali. Ora Cattaneo
potrebbe puntare ad una poltrona di consolazione, per esempio alle
Poste (ma Sarmi appare solidissimo nel ruolo di amministratore delegato).
Più probabile che resti come "prigioniero" della Rai, in attesa
che Berlusconi decida che cosa fare della tv di Stato. Proprio la
partita della televisione di Stato resta irrisolta. La seduta della
commissione parlamentare di Vigilanza, che deve eleggere intanto
7 consiglieri d´amministrazione, è andata deserta, per l´ennesima
volta. Il deputato Gentiloni scarica la colpa sul Polo, «troppo
impegnato - a suo giudizio - nel minestrone delle nomine per le
aziende energetiche». Per la presidenza della tv di Stato risalgono
le quotazioni del direttore della Stampa Marcello Sorgi. Sia il
verde Pecoraro Scanio che il comunista Rizzo lo indicano come una
«figura di reale garanzia». Non è tramontata, ma appare più debole,
l´ipotesi di Claudio Petruccioli. Gnudi avrebbe ribadito la sua
indisponibilità a trasferirsi a Viale Mazzini, appunto come presidente.
Rimane da decidere il direttore generale. Per adesso resta in carica
Cattaneo, in attesa di una buona idea, settimana prossima.
LA
REPUBBLICA, 13/05/2005 |
NOMINE
- ACCORDO NEL GOVERNO, POLI E GNUDI RESTANO AL VERTICE
di Ugo Magri, LA STAMPA |
Con le cattive notizie sul Pil, e i timori di recessione in agguato,
ieri non era proprio la giornata adatta per discutere di nomine
pubbliche. E’ un po’ come se, in una nave che rischia di colare
a picco, il comandante stesse a discutere su come disporre le poltrone.
D’altra parte il governo non può sottrarsi all’incombenza, poiché
ci sono scadenze tecniche inderogabili: Eni ed Enel (gli enti di
cui si discute in queste ore, insieme alle Poste italiane) sono
società quotate in Borsa. Entro oggi gli azionisti devono sapere
chi viene designato a guidarle.
Ecco dunque che stamane si riunirà il Consiglio dei ministri per
decidere la questione. E tutto il pomeriggio di ieri è stato dedicato
dal governo all’esame delle candidature. In pratica la scelta è
già stata fatta. A dirigere l’Eni, in veste di amministratore delegato,
sarà Paolo Scaroni che attualmente copre lo stesso incarico all’Enel.
Nella casella lasciata libera da Scaroni si insedierà Fulvio Conti,
già direttore finanziario dell’ente energetico. Non cambiano i presidenti:
resteranno Roberto Poli all’Eni e Piero Gnudi all’Enel. Esce di
scena dunque, salvo sorprese dell’ultimo istante, Vittorio Mincato.
Da sette anni l’ingegnere era al vertice dell’ente petrolifero con
grandi profitti per l’azienda e soddisfazione di chi ce l’aveva
messo (un ruolo lo ebbe certamente, a suo tempo, Carlo Azeglio Ciampi).
Per non apparire troppo spiccio nei modi, Berlusconi gli aveva offerto
nei giorni scorsi la poltrona di presidente dell’Eni, un ruolo meno
operativo e più defilato. Mincato ha risposto «no grazie» così come,
stando alle chiacchiere romane, l’attuale direttore generale della
Rai Flavio Cattaneo avrebbe declinato l’offerta del premier di dirigere
l’Enel (di qui la scelta del «tecnico» Conti).
Restano a questo punto da definire le caselle delle Poste, dell’Istat,
di Sviluppo Italia e, soprattutto, della Rai. Anche per la televisione
pubblica c’è una scadenza da rispettare, poiché mercoledì prossimo,
in seconda convocazione, si terrà l’assemblea dei soci, e quindi
per quella data dovranno essere noti i nomi dei sette consiglieri
d’amministrazione scelti dal Parlamento. La Commissione di vigilanza
dovrebbe provvedere a individuarli nella giornata di martedì, sempre
che nel frattempo sia stato raggiunto un accordo politico ad ampio
raggio, comprensivo di maggioranza e opposizione.
A sera questo accordo non era stato ancora siglato, per cui è difficile
attribuire un fondamento alla girandola di chiacchiere sui futuri
vertici di Viale Mazzini. Anche perché, perlomeno ieri pomeriggio,
a Berlusconi è mancato il tempo materiale di dare un’occhiata perfino
all’appunto sulla questione preparato per lui da un collaboratore
fidatissimo come Aldo Brancher. Il premier è stato costretto a concentrarsi
su Eni ed Enel, dedicandovi molte ore e parecchie telefonate.
Non si è tenuto il vertice di maggioranza che pareva indispensabile
per dare il via libera ai nuovi vertici delle due aziende. La ragione
si spiega con quanto detto: un summit sulle nomine sarebbe sembrato
lunare, una fuga nell’iperuranio, nel giorno in cui l’Istat ha denunciato
lo stop della crescita. Marco Follini, segretario Udc, non ha partecipato
per questa considerazione di opportunità politica all’incontro che
Berlusconi ha tenuto nella sede del governo con Gianfranco Fini,
Giulio Tremonti, Domenico Siniscalco e Claudio Scajola (più tardi
s’è aggiunto Roberto Calderoli), tutti rigorosamente nelle loro
vesti governative. «Abbiamo svolto un’istruttoria», ha spiegato
in serata il presidente del Consiglio lasciando Palazzo Chigi, «anticipando
quanto di solito viene fatto in Consiglio dei ministri. Ho ritenuto
di interloquire soltanto coi responsabili dei dicasteri competenti»,
ha soggiunto per rimarcare la corretta procedura. In realtà poi,
come sempre succede, i contatti non sono mancati nemmeno con Follini
e con Pier Ferdinando Casini. Invece di vederli personalmente, il
premier ne ha sondato gli umori per telefono. Percependo nel segretario
Udc una grande inquietudine mista a insoddisfazione. Che con le
nomine ha poco a che fare.
LA
STAMPA, 13/05/2005
* Scrivetemi, se volete, indirizzando a: cesare@lamescolanza.com |

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